Alcuni brani del libro "Dal Congo..."

Metto a disposizione del pubblico alcuni capitoli del mio libro autobiografico, permettendo a chi desidera acquistare il racconto di farsene un'idea generale.
Buona lettura!

La mia infanzia


Originario della regione forestale dell’Equatore nel Nord-Ovest del Congo, sono nato il 17 Aprile 1973 a Kinshasa, la capitale, città nella quale sono rimasto soltanto per pochi anni. Mio padre, Bengongo François, dopo il divorzio a Kinshasa dalla prima moglie e madre dei suoi primi cinque figli, decise di contattare i genitori residenti a Boende Bakoyo Etoo, suo villaggio natale situato nelle vicinanze di Mbandaka, capoluogo della regione dell’Equatore; secondo le tradizioni locali, affidò loro il compito di trovargli una fidanzata che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie, dopo una prima esperienza completamente negativa. Fu così che mia madre, Iloko Marie-Louise, dopo il consenso dei suoi genitori, da Mbandaka dove studiava lo raggiunse rapidamente a Kinshasa per costituire insieme un nucleo familiare che vedrà nascere altri cinque figli, di cui io sono il secondo. Affidandomi ai racconti di mia madre, la mia nascita fu particolare. La mattina in cui venni alla luce mio padre le chiese, come faceva tutti i giorni fin dall’ottavo mese di gravidanza, come si sentiva e se poteva tranquillamente recarsi a lavoro. “Vai pure, non sento niente, il bambino non nascerà di certo oggi”, gli rispose la mamma. Papà se ne andò a lavoro, rassicurato dalla risposta di mia madre totalmente ignara dell’esito delle ore successive. Quando decisi di venire al mondo, la sorpresi con improvvise, frequenti e lunghe contrazioni. Ai suoi gemiti accorse una vicina di casa che, colta dalla sorpresa e non possedendo alcun mezzo di trasporto, si affrettò a chiamare un taxi in modo da raggiungere l’ospedale più vicino. Purtroppo, il taxi arrivò dopo un’ora e mezza e al momento della salita sul veicolo, successe quello che si tentava di evitare; nacqui all’istante, provocando panico e preoccupazione. L’autista, disorientato, accese il motore della sua vecchia Renault 4 e partì, affrettandosi verso l’ospedale. Mia madre dice che fu un momento intenso, non ricorda di averne vissuti altri simili. Devo la vita alla signora Eugenie, la vicina di casa che nel tratto tra il taxi e l’ospedale si occupò totalmente del parto, muovendosi con la cautela e la bravura di un’ostetrica. Non aveva mai assistito ad un simile evento ma si comportò da vera professionista. Il taxi era ormai sporco di sangue, il suo proprietario terrorizzato, incredulo e un po’ seccato dell’accaduto. L’urgenza era di raggiungere l’ospedale, cosa che facemmo senza perdere molto tempo. Una volta all’Ospedale Maman Yemo, fummo condotti nel reparto di ostetricia dove la mamma ed il suo neonato, io, ebbero le prime cure. Non avendo alcun mezzo di comunicazione per contattare mio padre, mamma affidò alla signora Eugenie il compito di informarlo dell’accaduto al suo rientro da lavoro.

  Quando papà, arrivato a casa senza trovarvi nessuno, apprese le circostanze della mia nascita, pensò subito al nome appropriato da assegnare al misterioso bambino. Non ebbe alcun dubbio: “Questo bambino si chiamerà Itonde Y’Elima Y’a Ndoki N’Efandje”, un lunghissimo nome che abbreviato divenne Ithos. Ricevetti quest’appellativo in onore di un mito delle nostre foreste, personaggio chiave dell’epopea Lianja, molto famosa in Congo. Infatti, Itonde Y’elima Ya Ndoki N’Efanje era un bambino misterioso e coraggioso che, ancora nella pancia della madre prima della nascita, ne usciva e ci tornava a piacimento. Si narra che la notte Itonde si allontanasse dalla madre per cibarsi delle riserve della famiglia. Non soddisfatto del nutrimento tramite la madre, usciva e mangiava come un adulto, approfittando del sonno dei genitori. Solo la mattina al risveglio, i genitori notavano la mancanza del cibo gelosamente conservato la sera prima. Nessuno era riuscito a sorprenderlo fino al giorno in cui il padre, stanco della situazione protrattasi per mesi, tese una trappola. Era deciso a scoprire chi fosse il misterioso ladro che sottraeva le modeste riserve di cibo alla sua famigliola. Itonde non riuscì a fare rientro nella pancia della madre, saldamente bloccato dalla trappola: una rete da pesca che cadde su di lui all’entrata in cucina. Interrogato dal padre, dichiarò di esserne il figlio, il bambino di cui tutta la famiglia era in attesa. Per convincere il genitore incredulo e diffidente, lo invitò a controllare lo stato di gravidanza della moglie. Avvicinando la sua sposa profondamente addormentata, con stupore l’uomo constatò che lei aveva effettivamente sgravato. La mattina successiva fu organizzata una grande cerimonia durante la quale, senza rivelare come, il bambino misterioso fu ufficialmente dichiarato nato.

Mio padre decise quindi di chiamarmi Ithos, sostenendo che l’evento della mia nascita gli ricordava la storia di Itonde. In famiglia il nome fu accolto con entusiasmo, tutti furono meravigliati dalle circostanze della mia nascita. Questo non è il mio unico nome ma è il più usato da tutti i miei più stretti parenti che ricordano così la famosa epopea Lianja.

Ho trascorso la prima infanzia a Kinshasa con mia sorella maggiore, Francine B. e il mio fratellino Credo B. il cui nome trae origine dalla fede religiosa dei miei genitori. Infatti, mia madre, gravida e gravemente ammalata, la notte era tormentata da lunghi e movimentati incubi. La mattina, al suo risveglio, mio padre le raccontava come, nel sonno, citava ripetutamente una frase ben precisa: “Credo in un unum Deum” ma, lei ricordava solo gli infiniti incubi che minacciavano la sua vita e quella del figlio in grembo. Da fermi credenti cattolici, decisero allora di chiamare il figlio nascente “Credo”. In seguito nacquero altre due sorelle, Adeste B. nata 8 anni dopo Credo e Nicky Botolo la cui nascita, secondo mia madre, fu una sorpresa totale. Come Credo, anche il nome Adeste è legato alla fede dei miei genitori. Mio padre lo scelse semplicemente perché, il giorno della sua nascita, passammo l’intera notte in salotto ascoltandolo cantare le canzoni ecclesiastiche latine della sua infanzia. Si soffermò molto sulla canzone “adeste fideles”, fatto che lo indusse alla scelta di quell’inaspettato nome. Tutti noi la chiamiamo affettuosamente Adestine Fideline. Ancora in ospedale, nostra madre fu sorpresa da quello che definì uno stranissimo nome; lei ne aveva scelto un altro che considerava più significativo ed estremamente legato al contesto della nascita di Adeste. Voleva chiamarla “Espérance” a causa del lungo periodo trascorso tra le due gravidanze, quella di Credo e quella della neonata, durante il quale ebbe paura di non poter più avere figli. Mamma si arrese di fronte all’entusiasmo e alla tenacia di nostro padre.

Durante la nostra infanzia, alla fine di ogni anno scolastico, i nostri genitori erano soliti accompagnarci dai nonni nel villaggio Boende, situato alle porte della foresta nella regione dell’Equatore. Guardando la carta geografica del Congo, questa regione si colloca nella parte Nordoccidentale del paese ed è una zona prettamente forestale. I villaggi dei miei genitori si trovano l’uno accanto all’altro lungo una strada sterrata e sono letteralmente circondati da alberi tanto grandi che, a partire dalle quattro del pomeriggio, le abitazioni scompaiono in un’immensa e brusca penombra, fenomeno che potrebbe essere definito prematuro se consideriamo l’ora in cui generalmente tramonta il sole. Questo si giustifica per il fatto che i raggi del sole al tramonto, deboli e tiepidi, non riescono a penetrare le enormi foglie e i rami dei Baobab ed altri alberi dalle dimensioni stupefacenti che circondano i nostri villaggi. Viceversa, all’alba mattutina si assiste ad un altro genere di spettacolo a sua volta tanto bello e divertente: al sorgere del sole i raggi non riescono ad illuminare direttamente il nostro villaggio nonostante la loro potenza, ma quando fanno capolino attraverso delle piccole fessure che si creano tra un albero e l’altro, il fascio di luce emesso dal sole dà luogo ad uno spettacolo unico nel suo genere. La luce abbagliante dei raggi solari che s’incrociano gli uni con altri crea un’atmosfera da film nel quale, se l’attore si deconcentra e tocca anche solo uno di essi, fa immediatamente scoccare l’allarme. Sembra di stare in una stanza chiusa e incredibilmente buia il cui tetto, composto da migliaia di buchi, fa filtrare in un intreccio naturale la luce dei raggi del sole. È un fenomeno di straordinaria bellezza!

Parlare di Boende e dei suoi abitanti non è cosa facile. Tuttavia, ciò che posso dire è che, nonostante lo scempio naturalistico degli ultimi anni ad opera di alcune multinazionali, questa terra ha la fortuna di mantenere ancora parte importante della sua natura, grazie a foreste equatoriali così estese e pericolose nelle quali nemmeno gli stessi suoi abitanti osano avventurarsi; tutti sanno che esistono dei limiti oltre i quali è meglio non arrischiarsi. Nella foresta regnano infiniti misteri, motivo per cui, confidando profondamente nei gris-gris, nei guru, nelle forze benigne e maligne, nella stregoneria, nel potere degli antenati e in tante altre credenze del posto, i miei fratelli di Boende non si fanno illusioni, aspettandosi di tutto nel momento in cui si accingono a penetrare la giungla misteriosa. Di solito, prima di andarvi, invocano gli antenati al fine di ottenerne la protezione. Sono tanti i pericoli che si corrono in quelle foreste; dagli animali feroci agli insetti pericolosi, questa giungla spaventa persino chi è dotato di un forte senso dell’avventura. Ciò nonostante, gli abitanti di Boende non possono farne a meno perché rimane la principale fonte d’approvvigionamento, un importante punto di riferimento e rifornimento per il villaggio. Questo luogo e tutte le attività ad esso correlate sono l’argomento di principale discussione e occupano quindi un ruolo fondamentale nella vita a Boende. Infatti, per procurarsi il pasto quotidiano, alcuni medicinali, l’acqua, le materie prime come il legno per scaldarsi e costruire gli utensili per la caccia e la pesca, gli abitanti del villaggio non hanno altro luogo dove andare se non la foresta. Questo giustifica gli infiniti viaggi di andata e ritorno che occupano la maggior parte del tempo dei miei fratelli di Boende, il mio amatissimo villaggio che non vedo dal lontano 1981, quando mia madre decise di venirmi a prendere. Infatti, durante un viaggio a Boende, i miei nonni materni Cateina (Caterina) Ngelè e Petelo (Pietro) Bolèkèlà decisero che non sarei tornato in città insieme ai miei genitori ed ai miei due fratelli Francine e Credo. Questa decisione fu motivata dal fatto che io, essendo il primo nipote di sesso maschile della famiglia, dovevo stare un po’ di tempo con i nonni, beneficiando in questo modo di certi insegnamenti importanti che solo loro e il villaggio erano in grado di trasmettermi. Da parte mia, anche se ancora piccolo ed ignaro della “trattativa” familiare, la richiesta non rappresentò un problema perché tra me e i nonni c’erano tanto amore e tanta complicità. In diverse occasioni, infatti, avevo dimostrato di preferire la nonna Ngelè a mia madre, cosa che quest’ultima tollerava a fatica. I miei genitori invece fecero di tutto perché non rimanessi nel villaggio ma la tenacia dei nonni, aiutati anche dalla mia voglia di rimanere con loro, fu determinante per il seguito. Quel giorno, mentre papà, mamma e fratelli salivano sul camion diretti a Mbandaka dove avrebbero preso l’aereo per Kinshasa, io mi nascosi dallo zio Bonyos, ignaro della mia presenza in casa sua. Malgrado i disperati pianti di mia madre, l’autista ordinò a tutti di salire: “andiamo, non posso più tardare un solo minuto”, urlò rivolgendosi a mio padre. Fu così che rimasi a Boende dove, durante tutta la mia permanenza, imparai tante cose che mai la città avrebbe potuto insegnarmi. Ricordo bene la mia prima pesca, la prima trappola aiutato dal nonno Petelo che era solito spiegarmi i vari sentieri degli animali che popolano le nostre foreste. In un tempo record riuscii a distinguere il sentiero di un’antilope da quello di un cinghiale, quello dei ratti da quello degli scoiattoli e così via. Quel giorno, quando per la prima volta mio nonno mi portò nella foresta, mi disse una cosa, una vera lezione di vita che tuttora considero importante. Mi disse: “Figliolo, questa foresta che oggi scoprirai è fatta di tanta vegetazione, tanti animali e tante trappole. Devi sapere questo; ogni singola trappola appartiene a colui che l’ha tesa. Perciò, non è permesso a nessuno di avvicinare le trappole che non gli appartengono, toccarle, sistemarle o ritirarne le eventuali prede. Anche quando il cibo scarseggia a casa tua, non ritirare mai niente da una trappola che non è tua. Nel nostro villaggio abbiamo tanti valori. Tra questi, la dignità e l’onore occupano un posto non di scarsa importanza. Voglio che tu impari il buon senso e, ovunque tu andrai, che sia nel villaggio qui vicino o lontano, là, verso il mondo dell’uomo bianco, ricordati sempre che quello che non appartiene a te appartiene a qualcun altro. Solo quest’ultimo ha il diritto di usare a piacimento ciò che è di sua proprietà. D’altronde, a cosa serve rubare una preda dalla trappola quando, come avrai notato, ciò che viene portato al villaggio è condiviso da tutti noi? Mi raccomando figliolo, mai appropriarsi di ciò che non ti appartiene”. Ancora oggi, molti anni dopo l’episodio, quando penso a queste parole mi s’illuminano gli occhi e sento una grande nostalgia del nonno. Nelle sue parole è come un profeta; egli aveva presagito un lungo viaggio che mi avrebbe portato fino in Europa, a migliaia di chilometri da Boende. Nel 2003, quando fui informato della sua morte avvenuta all’ottantacinquesimo compleanno, la prima cosa cui pensai furono i suoi preziosi insegnamenti. Per lui porto un lutto senza fine!

Prima della partenza, mia madre fece una raccomandazione importante alla nonna: “Sei riuscita a tenerti mio figlio. Ricordati però una cosa: domattina, quando si sveglierà, la prima cosa che farai sarà portarlo dai missionari del villaggio e iscriverlo a scuola. Mio figlio non deve perdere l’anno scolastico, vittima dei vostri capricci. Se succedesse questo, non ve lo perdonerei mai”. E così fece la nonna Ngelè. Il giorno successivo mi portò dai missionari che, senza condizioni, mi accettarono fra i loro alunni. Fu così che continuò la mia avventura nel villaggio, un’intensa vita divisa tra la scuola e le esperienze nella foresta. Io e i miei compagni avevamo un’attività preferita: la pesca. Era un’occupazione divertente. L’abbondanza dei pesci nelle acque delle nostre foreste rendeva la loro cattura facile e divertente. Per quest’attività, eravamo soliti portare delle bottiglie di vetro raccolte nella spazzatura della parrocchia, contenitori nei quali mettevamo i piccoli pesci freschi, appena pescati. Alcune volte riuscivo a portare a casa sette, otto o nove bottiglie che tenevo nella cucina della nonna, piccola ma essenziale; quando ero stanco le chiedevo di cucinarmeli, altrimenti lo facevo io. Tuttavia, nel villaggio, il momento più eccitante rimaneva senz’altro la stagione secca tra giugno e settembre. Le acque evaporano, gli alberi si seccano, facilitando le attività di pesca e di caccia. Dove invece persiste l’acqua, le donne, armate di secchielli, hanno il compito di svuotare tutto, operazione che si svolge in un clima di festa accompagnato da storiche canzoni in rapporto con l’attività. Non lontano dai rigagnoli secchi, altri gruppi di persone si danno alla raccolta di bruchi. Gli alberi seccati e spogliati delle loro foglie letteralmente bruciate dal sole cocente di questa stagione, non rappresentano più un riparo per i loro abitanti; i bruchi, a questo punto, precipitano verso la vegetazione sottostante. Questi insetti, ricchi di proteine, sono uno degli alimenti preferiti del villaggio e anche del sottoscritto. La loro raccolta è uno spettacolo divertente: arrivati sotto un albero dove si nota la presenza di bruchi, l’unica cosa da fare è raccogliere quelli già caduti e aspettarne altri a cascate intermittenti. Per questo, al rumore caratteristico della loro caduta, c’è una corsa competitiva e disordinata dei raccoglitori e lo spettacolo cui si assiste è molto divertente.

Nel villaggio però, così come in tutto il nostro pianeta, non esistono solo divertimenti e piaceri. Ci sono anche dolori, rappresentati da eventi come la morte, le malattie, le epidemie. In questo luogo sperduto, la gente sopravvive alle malattie nell’ottanta percento dei casi grazie alle cure tradizionali e alle credenze popolari tramandate da generazioni. Qui la medicina occidentale è rara a causa della scarsità dei mezzi di comunicazione. Allora, per curare le malattie o lottare contro gravi epidemie, le popolazioni si affidano all’antica tradizione popolare e a tutto ciò che ne è legato. Ricordo vagamente una singolare pratica di lotta contro le epidemie, la tradizionale cerimonia dell”Ewowongo”, parola magica usata per cacciare spiriti e venti cattivi che minacciano la serenità del villaggio. In questa parte del Congo, i confini dei villaggi sono segnati o da un corso d’acqua, o da un pezzo di foresta. Questi spazi, oltre che a servire da confini, hanno anche altre funzioni. Infatti, alla comparsa di un’epidemia, si assiste ad una pratica secolare che gli abitanti di questi villaggi stimano molto efficace. Il primo villaggio dove si manifesta la malattia aspetta la notte fonda; poi tutti, dai bambini ai vecchi, si svegliano verso le tre di notte e, muniti di rametti di palma, si recano verso il confine, rumoreggiando ed emettendo particolari suoni. Nessuno, neanche i neonati, può rimanere in casa per il rischio di contrarre la temuta malattia. Arrivati al confine, tutti gettano i rami di palma emettendo all’unisono un urlo finale che, secondo le credenze, trasferisce la malattia verso il villaggio adiacente. A questo punto, chi riceve dovrà attendere la notte successiva per ripetere la stessa operazione verso il seguente villaggio. Questa procedura si ripeterà fino a raggiungere l’ultimo villaggio dopo il quale non esiste nient’altro che foresta. Una notte, infatti, mi svegliai alle urla di mia nonna e di tutti gli abitanti del villaggio. Non riuscivo a capire l’accaduto. La nonna mi prese la mano invitandomi ad uscire con lei. Assonnato e incapace di camminare, non capivo cosa stesse succedendo. Vidi solo le case svuotarsi dei loro occupanti; tutti, con un ramo di palma in mano, si dirigevano verso Ilube, un ruscello confinante con il villaggio di Mpama. Non essendoci la corrente elettrica, le case di Boende sono illuminate dalle tradizionali lampade a petrolio. Lo spettacolo di queste lampade tenute con una mano e dei rami di palma con l’altra fu così impressionante da svegliarmi completamente e farmi camminare con lucidità. Quando arrivammo a Ilube, tutti gettarono i rami e fecero un gran rumore in segno di liberazione dall’epidemia. Dopo questo rituale tornammo a casa, tutti in un silenzio tombale. “Non ti azzardare a dire una sola parola”, mi sussurrò all’orecchio la mia amatissima nonna Ngelè. La mattina seguente, stupefatto e confuso, le chiesi il significato di ciò che vidi e lei, con grande calma, spiegò che il villaggio era andato a liberarsi della malattia che lo minacciava. Tuttora non so di che malattia si trattasse e, ogni volta che gliene chiedo la natura, nonna Ngelè si limita ad affermare che quella dell’Ewowongo è una pratica secolare che si verifica alla manifestazione di qualsiasi epidemia. Secondo lei e tutti gli abitanti del villaggio, “Ewowongo” è un rito efficace, necessario e credibile.

 

I bambini e la fame in Africa

 Ci si chiede spesso come sia possibile che l’Africa, con tutte le sue ricchezze naturali, continui a subire la fame, la povertà, le malattie legate alla denutrizione e alla mancanza di cure e prevenzione. È difficile capire come questo continente, annoverato tra i luoghi più belli e ricchi di risorse naturali al mondo, possa paradossalmente vivere realtà così drammatiche. Inoltre, le situazioni conflittuali civili ed etniche cozzano con il calore, l’ospitalità e l’altruismo delle popolazioni africane.

L’Africa possiede patrimoni naturali favolosi quali foreste, montagne, savane, corsi d’acqua, tante varietà di flora e fauna e giacimenti minerali di tutti i tipi. Tuttavia, questa terra non riesce a sostenere i bisogni dei propri abitanti. Perché tanta sofferenza proprio nel continente considerato terra benedetta? Queste sono alcune delle domande che spesso mi vengono poste in Europa. Quando si parla di Africa in termini di paradiso terrestre, non c’è nulla di falso, i fatti parlano. Basta visitare questa parte del mondo per rendersene conto. Dall’altra parte, la caratteristica dell’africano, socievole e altruista, è anch’essa un’affermazione veritiera. Riguardo la solidarietà africana, amo ricordare l’attitudine degli abitanti del villaggio di Boende o di molti altri villaggi verso uno straniero sprovveduto. Ricordo le parole di mio nonno che diceva: “Un viaggiatore straniero è, in genere, una persona fragile e moralmente molto debole. Il fatto di trovarsi lontano dalla propria terra di appartenenza e quindi in un ambiente diverso, lo porta a mascherare le proprie emozioni e dunque la propria personalità, comportamento prudente che gli permette lo studio del nuovo mondo. Prendiamo come esempio un cane: animale dal temperamento energico e vivo che tiene la coda ben dritta finché si trova nel suo ambiente abituale. Non appena si allontana e si trova in un ambiente nuovo, diventa pauroso, abbassa la coda. È esattamente la stessa cosa per lo straniero. Lontano dal proprio ambiente non è più se stesso. Il fatto di trovare davanti a sé dei volti nuovi lo rende fragile e diffidente. E’ una persona che necessita assistenza”. “Dinnanzi ad uno straniero”, proseguiva il nonno, “per incoraggiarlo ad avere fiducia in sé e nei nuovi vicini, è necessario dimostrare un atteggiamento propositivo ai fini del suo inserimento nel nuovo contesto. I nostri valori ci insegnano ad accogliere sempre bene gli ospiti e di occuparci di loro mettendoli a proprio agio. Uno straniero da noi si deve sentire come se fosse a casa sua”. Con queste parole il nonno cercava di spiegarmi che nella vita non sapremo mai dove e come andremo a finire. Bisogna sempre mettersi quindi nei panni dello straniero; per sperare di essere ben trattati un domani in un villaggio lontano, bisogna cominciare a rendersi utili a chi viene ospitato nel proprio. Secondo la logica dei nostri antenati, non devi fare a nessuno ciò che non desideri venga fatto a te, e viceversa. È un concetto comune a molte religioni e culture, anche se, purtroppo, la realtà non sempre rispetta le regole matematiche di questo tipo.

Nella cultura ancestrale della mia società di origine, la solidarietà, oltre al suo significato universale, costituisce anche il fondamento di alcune pratiche difficilmente comprensibili da chi non appartiene al mondo africano. Un esempio è il tanto discusso fenomeno della poligamia; in nome della solidarietà, infatti, antichi capi tribù nella storia delle regioni forestali dell’Equatore potevano sposarsi con più di una donna. Rispettando le tradizioni ancestrali, dal grande capo tribù all’ultimo abitante del villaggio, tutti erano tenuti all’osservanza di un preciso regolamento in rapporto ai visitatori, conosciuti e sconosciuti, viaggiatori in transito e/o ospiti di ogni natura che giungevano al villaggio. Per esempio, nel caso si incontrasse un forestiero in transito nel villaggio, si era tenuti ad ospitarlo ed assisterlo affinché egli potesse cibarsi, lavarsi e riposare, mettendolo nelle condizioni di poter proseguire il viaggio in buona forma. Ogni giorno dozzine di persone si trovavano in questa situazione. In ogni modo, prima di qualsiasi altra persona, era il capo del villaggio ad essere responsabile dell’accoglienza. Egli doveva trovare una sistemazione adeguata all’ospite e, solo in caso di difficoltà, coinvolgere i suoi collaboratori. Succedeva spesso che l’accoglienza diventasse difficile, complicata da un grande afflusso di ospiti giunti contemporaneamente. In questi casi, anche con l’aiuto della moglie, il capo era incapace di fronteggiare l’emergenza e ricorreva ai suoi collaboratori. Ma, poiché al verificarsi di un problema, il capo ne era l’unico responsabile, il coinvolgimento di altri notabili della tribù si verificava solo in casi estremi. Ecco perché si optò per la poligamia, giudicata il migliore metodo per l’accoglienza di grandi quantità di ospiti. Accogliendo i forestieri sotto il proprio tetto, il capo evitava di dover rispondere di inadempienze altrui, anche perché, come si dice a Boende: “È meglio ricevere accuse di furto quando effettivamente si è colpevole di tale reato”! L’analisi della logica dei capi tribù fa trasparire un certo desiderio di praticare la solidarietà verso il prossimo. Tuttavia, si intuisce anche che qualcuno ha intenzionalmente usato questo valore ai propri fini.

Riguardo la povertà in Africa, credo che alla sua origine vi sia la cattiva gestione degli affari pubblici all’interno dei paesi, una cattiva amministrazione delle risorse umane e naturali. I problemi degli africani, prima di essere opera di chi dir si voglia, sono creati e mantenuti dagli stessi africani. I dirigenti dei vari paesi dovrebbero prendere coscienziosamente atto delle sofferenze dei popoli sotto la loro guida, non pensando esclusivamente ai propri interessi. I paesi ed i loro abitanti vengono dopo, nessuno sembra seriamente occuparsi dell’andamento e della gestione pubblica. In più, molti politici africani sono così avidi ed accecati dal desiderio di accumulare ricchezze e potere che sono disposti a tutto, persino a sacrificare la vita dei bambini. Infatti, nelle loro rivalità per la conquista o il mantenimento del potere, vengono spesso usati giovani ragazzi che, terrorizzati e drogati, devono eseguire atti orribili durante le azioni belliche. Il fatto è che questi bambini, rapiti e venduti, ai quali viene tragicamente rubata l’infanzia, hanno una sola colpa: appartenere ad un mondo di adulti irresponsabili e malvagi. Per questo gli vengono brutalmente tolti la famiglia, la scuola, il gioco. Come si sa, tutti i bambini del mondo hanno stessi diritti, esigenze, desideri: essere amati, protetti, giocare, mangiare e studiare con i loro coetanei. In Africa, per molti di loro, questo rimane un sogno, un lusso accessibile ai soli figli dei privilegiati. Certi adulti, avidi, insensibili e paurosamente irresponsabili hanno deciso di sfruttare disumanamente i bambini dei nostri paesi, togliendogli tutti i diritti dell’infanzia e facendoli diventare macchine da guerra, piccoli mostri che poi neppure le loro famiglie accettano più; è l’esempio dei bambini soldato, triste realtà anche del mio paese. Molti di questi piccoli non sanno più ridere, giocare e divertirsi, non possono nemmeno studiare. Troppi bambini africani piangono l’irresponsabilità di certi criminali, le sofferenze di una vita massacrata agli albori.

La storia insegna che i grandi capi delle tribù africane mettevano sempre le cause comunitarie davanti a tutto. Il loro potere era usato per il bene di tutta la collettività e non per quello del cerchio familiare. Oggi, invece, la situazione è totalmente diversa. La classe dirigente, anziché lavorare per il popolo e la nazione, antepone i propri interessi a qualsiasi cosa. Niente senso patriottico, niente interesse, responsabilità, amore per la comunità ed il popolo. Questi comportamenti irresponsabili sono, a mio parere, la causa principale dei tanti mali del continente. Tuttavia, in questa situazione di malgoverno, di povertà e sofferenze del popolo, bisogna comunque riconoscere che ogni singolo africano ha le proprie responsabilità. Un esempio è quell’irresistibile desiderio di scimmiottare l’Occidente; alcuni valori occidentali, anche se giusti e stimabili, non possono totalmente sostituire i nostri perché, in tal caso, sono volti ad un insuccesso sicuro. Certe cose, se utilizzate in un contesto non idoneo, possono condannare alla deriva; è come ostinarsi ad utilizzare un bel paio di calzature di taglia troppo piccola. Il fatto di sostituire molti valori locali con altri totalmente estranei crea incompatibilità con le nostre società e culture, rendendoci squilibrati ed ambigui. Alla fine, disorientati, perdiamo il controllo della situazione ed iniziamo una vertiginosa corsa senza obiettivi utili e realizzabili. E così, inconsapevolmente, la situazione sfugge di mano; la nostra cultura e la nostra storia, presupposti indiscutibili di un progresso adatto alla nostra società, vengono cancellate. Infine, mancando le fondamenta, si arriva all’anarchia totale. Secondo la mia personale percezione dei fatti, ognuno di noi ha una crisi d’identità, un conflitto culturale che ci confonde portandoci alla perdita di punti saldi di riferimento. Tuttavia, se non prendiamo coscienza di tale dinamica e non ci rimettiamo in gioco, questa situazione rischia di complicarsi degenerando ulteriormente. La prima cosa da fare sarebbe smettere di ostinarci volendo per i nostri figli la cultura occidentale a scapito di quella dei nostri antenati. Noi dovremmo, invece di banalizzare ciò che siamo, integrare le due culture, sposando il meglio ed eliminando il peggio. I valori stranieri non devono prevalere su quelli locali. Finché non capiremo che ci dobbiamo attenere alle nostre tradizioni evitando quindi di adottare alla lettera altre culture, i nostri problemi persisteranno, la fame dilagherà sempre di più, le malattie aumenteranno e la povertà sarà sempre più disperata.

Parlando nello specifico del Congo, ritengo che una delle ragioni legate alla fame e alla miseria nelle grandi città, centri densamente popolati, siano le condizioni delle infrastrutture stradali: dalla loro costruzione all’epoca coloniale, non sono mai più state né rimodernate, né ampliate, né è stata fatta manutenzione; il loro stato di conservazione è mediocre e le città sono prive di collegamenti diretti con i villaggi; questo rende impossibile l’accesso ai tanti beni e prodotti della foresta, in decomposizione per mancanza di consumatori. Nella regione dell’Equatore ad esempio, verdura e frutta crescono naturalmente senza alcun bisogno dell’intervento dell’uomo, i pesci abbondano nei corsi d’acqua e migliaia di specie d’animali commestibili popolano le foreste. Purtroppo succede che, da un piccolo villaggio a circa 40 Km dal capoluogo di provincia, Mbandaka, occorrono circa tre settimane di viaggio a bordo di un camion. Le strade, quando esistono, sono pessime o impraticabili. Buona parte della merce non arriva a destinazione in condizioni tali da essere consumata. In tutto il paese, le infrastrutture stradali e ferroviarie sono pressoché inesistenti, i collegamenti tra contesti rurali e le città inaffidabili. La produzione di articoli in campagna è nettamente superiore al loro consumo; accade quindi che quantità ingenti di beni di prima necessità marciscano nella foresta, colpa anche della mancanza di consumatori, vista la scarsa presenza umana in questi luoghi a causa dell’esodo rurale. Nel contempo, la situazione in città è esattamente l’opposta: la gente, in condizioni già precarie di sovraffollamento, muore di fame ed è flagellata da una serie di malattie legate all’insufficiente apporto alimentare. In troppi si sono precipitati in città alla ricerca della modernità: elettricità, radio, televisione. Come conseguenza logica la città risulta sovraccaricata e non in grado di fornire prodotti di prima necessità per i bisogni quotidiani dei suoi abitanti. Da questo derivano situazioni di fame, sofferenza e disperazione, mali che logorano le città del Congo ed i suoi abitanti. Pur di non morir di fame, alcune persone si dedicano ad attività illecite quali furto, atti vandalici e altre piccole operazioni di microcriminalità che costituiscono la causa principale dell’insicurezza delle città, aggravando il quadro. Tali atti vandalici e di delinquenza sono il mezzo più facile e, talvolta, soluzione obbligata per far fronte alle difficoltà della vita in città. A questo punto è lecito chiedersi quanto sia giusto condannare il comportamento di questi cittadini che, per sopravvivenza, hanno scelto la delinquenza, strumento disperato e indispensabile di sostentamento. Credo che qualcuno abbia delle responsabilità in materia: è tempo che i nostri dirigenti prendano coscienza dei propri doveri.

Non credo che l’Africa sia sprovvista di mezzi sufficienti per risolvere gran parte di questi problemi. Purtroppo, tali mezzi non sono correttamente utilizzati per la costruzione di strade, ferrovie e altre strutture capaci di creare i collegamenti da un punto all’altro; i nostri governi ne fanno uso personale in base al dittatore di turno. Mi capita spesso di pensare al Congo, con un’estensione quasi 10 volte quella italiana (2.345.000 kmq – 301.338 kmq), ma con neanche il 15% delle strade italiane. Avere soltanto il 20% delle infrastrutture stradali italiane permetterebbe la soluzione di buona parte del problema della fame nel mio paese.

I congolesi in particolare e gli africani in generale non chiedono grandi cose ai loro dirigenti, non sono poi così esigenti. Vorrebbero veder risolti i problemi più urgenti, quelli legati alla guerra, alla fame, alla sanità e all’educazione. Non è impossibile cominciare a pensare a soluzioni veritiere e durevoli nei confronti di questi mali. Basterebbero onestà, lungimiranza e buon senso nella gestione degli affari pubblici; sarebbe sufficiente che gli amministratori dei beni pubblici si rendessero conto che ci sono uomini che soffrono e che le loro afflizioni potrebbero essere alleviate con una gestione diversa delle risorse presenti; basterebbero senso civico e umanità da parte di chi ha l’incarico di governare uomini, donne e bambini dell’Africa.

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