"Dal Congo IN Italia come in un sogno"

L’Europa

Voglio introdurre questo capitolo con una perla di saggezza di mio nonno Petelo. Ogni mattina, prima del viaggio che lo portava nel cuore della foresta in cerca di cibo, il nonno diceva una preghiera con questa premessa: “Come tutti i viaggi, anche quello di mille chilometri non può aver inizio se non c’è il primo passo”. Questa citazione, contestualizzata nella mia esistenza, acquisisce un significato maggiore. Per questo, mi basta pensare, per esempio, al primo passo che feci quella triste mattina, l’ultima a Kisangani, per recarmi da Padre Pross nella confusione e la paura degli spari. Ho sempre considerato quel piccolo, breve e preciso movimento corporeo come il vero elemento avviatore del lungo viaggio che mi condusse fino in Italia.

Nel mese di marzo dell’anno 1997, un sogno si coronò; finalmente approdai sul suolo europeo. Un’emozione unica! Mi sembrava di non appartenere più a questo mondo. Fu davvero strano, incredibile. Quella sera atterrato a Linate, tutto quello che vedevo aveva l’aspetto nuovo, diverso. All’aeroporto di Milano, prima di incontrare Padre Barbieri in mia attesa, mi fermai un attimo, mi sedetti, chiusi gli occhi e cominciai a pensare, a riflettere, a ricordare, a fare non so cosa; inspiegabilmente la mia mente fu invasa da alcune immagini, troppe, strane; ricordo di aver pensato ad una scena di un pigmeo che, prelevato a notte fonda dalla sua buia foresta, si ritrova improvvisamente in una luccicante capitale occidentale, tutto ciò, senza neanche aver transitato da una qualsiasi piccola città del proprio paese. Con questo pensiero, mi pare inutile ribadire l’evidente confusione nella quale mi trovai. E poi, capii come certi sogni possano davvero trasformarsi in realtà. Fu come se, da un lungo e profondo sonno, mi svegliassi di soprassalto, ritrovandomi su un altro pianeta. Da un lato, una felicità incontenibile, dall’altro, timore e grande nostalgia; non so perché, ma, appena sceso dall’aereo, presi coscienza dell’insormontabile lontananza dalla mia famiglia, genitori e fratelli che non vedevo da ben due anni e dei quali non sapevo ancora nulla. E nessuno di loro aveva minimamente idea della mia nuova vita, dei miei ultimi spostamenti; non sapevano se ero sopravvissuto dai disordini di Kisangani, se ero riuscito a fuggire da quella città, sicuramente non immaginavano niente del mio viaggio in Europa: nessuna notizia reciproca, niente di niente. Ero ossessionato dall’idea che fosse successo loro qualcosa durante gli ultimi tristi avvenimenti. Cercavo di immaginarli semplicemente ignari del mio destino e preoccupati per me, era la migliore delle ipotesi possibili.

Tentai di riprendermi dalla grande emozione, mi alzai e da lontano vidi Padre Barbieri con un cartello contrassegnato dalla scritta: Yves Issiya Longo. Dio mio, ero proprio io! Che gioia abbracciarlo quella sera! Era come rivedere il proprio padre dopo anni di assenza e, soprattutto, dopo mille difficoltà. Recuperammo il bagaglio e ci avviammo verso la macchina, un vecchio fiorino di marca Fiat che sembrava fuori uso. Faceva freddo, non ero mai stato in un paese con quelle temperature. Padre Barbieri mi condusse nella sua abitazione situata nella stessa sede della Cooperazione Internazione, la mia nuova dimora. Il viaggio dall’aeroporto alla Coopi mi parve veloce, tanto ero incantato dalle luci della notte milanese. Mi sembrava che ogni cosa luccicasse e che tutte le auto fossero nuove. Fui entusiasta di vivere in una grande città, famosa anche per i due grandi club calcistici che ospita, il Milan e l’Internazionale. In macchina con il Padre, pensavo già alle partite che sarei andato a vedere nel mitico stadio Meazza San Siro, simbolo del calcio mondiale. Mi sentivo importante, fiero. Arrivati alla Coopi, trovai che tutto era preparato e servito: il cibo, la stanza, le lenzuola; Padre Barbieri mi fece trovare tutto pronto. Il signor Albino, un pensionato suo amico, veniva quotidianamente a dargli una mano nelle piccole commissioni in città, nel confezionamento di inesauribili pacchi destinati all’Africa e nella preparazione dei pasti. Fu lui ad occuparsi della mia accoglienza. Quella sera non facemmo tardi, il Padre preferì rimandare tutto alla mattina successiva e, consumata la cena, mi invitò al riposo, dicendo: “Cerca di dormire perché domani mattina dovrai svegliarti presto, abbiamo l’obbligo di presentarci alla questura di zona”. E così fu fatto. Quella notte, sotto le coperte, pensai alla giornata, ai cambiamenti di rotta della mia vita negli ultimi anni, al mio futuro in Europa, alla mia famiglia. Ringraziai Dio di tutto ciò e pregai per mamma, papà e i miei fratelli. Ero un privilegiato e ne ero consapevole. Trascorsi i primi giorni in Italia tra un ufficio e l’altro per regolarizzare la mia situazione.

Due giorni dopo l’arrivo fui ricoverato in ospedale per una riacutizzazione della malaria. Secondo i medici, a scatenare tutto fu il brusco cambiamento climatico non retto dal mio organismo. Infatti, arrivato da Kinshasa dove il clima era relativamente caldo, non mi adattai al freddo invernale di Milano. All’ospedale Luigi Sacco fui sottoposto ad un check-up completo che diagnosticò una malaria acuta, motivo di un immediato ricovero nel reparto di malattie infettive. Indebolito e spaventato dalla malattia e dal nuovo mondo fatto di sole facce bianche, ero completamente ignaro di ciò che stava per succedermi...

Dal Congo in Italia come in iun sogno

25/04/2017

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