Emigrazione senza fine

"Diventare italiani per trasferirsi e poter lavorare nei paesi UE", uno degli effetti della grande crisi economico-finanziaria nelle diaspore africane. In effetti, da qualche anno a questa parte è tendenza, tra gli immigrati africani, richiedere la cittadinanza italiana, una sorta di "Laissez-passer" per l'ennesima emigrazione verso paesi economicamente e socialmente più promettenti. In un ambiente tanto frenetico gli animi si agitano per quell'ambito documento, preziosissima chiave per una nuova vita lontano dal bel paese (è così definito da molti miei continentali che lasciano l'Italia e che, una volta fuori, si rendono conto di quanto questo paese sia tanto prezioso, bello e imparagonabile su molti aspetti della vita), uno come me, resistente all'idea di cambiare nazionalità, diventa una vera e propria anomalia.
"Perché ti ostini a non diventare italiano? Cos'è che ti lega così tanto al Congo, considerando che hai creato famiglia qui?"
E mi ritrovo a dover spiegare per l'ennesima volta come, fin da quando misi piede in questo meraviglioso paese (tristemente rovinato dalla politica governativa), ho avvertito il forte bisogno di prepararmi, intellettualmente ed economicamente, per un ritorno in Patria. I miei sogni si collocano solo in quello spazio geografico, e da nessun'altra parte. Questa convinzione è sempre stata così forte da renderne partecipe anche mia moglie. Lei ha saputo, fin da subito, che l'uomo con cui si stava impegnando per la vita convive con l'impellente bisogno di tornare nel suo paese, una volta si sarebbero riunite le condizioni necessarie per tal progetto.

Amici miei. So che il mio comportamento vi stupisce tanto. So anche che, quando mi consigliate di chiedere il passaporto italiano per successivamente trasferirmi altrove, lo fate in buona fede. Voi mi dite che ci sono paesi dove avrei sfruttato meglio alcune mie attitudini. Probabilmente avete ragione. Ma, voi dovete sapere una cosa: io non sogno l'Inghilterra. Non sogno il Canada e, ancora meno, gli Stati Uniti d'America. Io vorrei solo tornarmene in Congo, per portare avanti i miei progetti con "UNDUGU ONLUS". Vivo pensando, giorno dopo giorno, ad un Congo finalmente capace di usare le sue grandi potenzialità e ricchezze naturali, climatiche e culturali, a favore della sua gente. Io sogno lo sviluppo del mondo rurale e dell'agricoltura nel mio paese, non l'Inghilterra, il Belgio, la Francia. L'ostacolo in questo? Il regime dittatoriale, reprimente ed oppressivo che regna sovrano in Congo. L'autoritarismo è, infatti, il più grande nemico per chiunque ragioni come me. Un'attenta analisi della situazione politica congolese rivela come questo paese sia sotto l'occupazione di Stati stranieri, sostenuti da lobbies internazionali che sfruttano selvaggiamente le sue risorse naturali, causando estrema povertà, miseria e una serie di conflitti armati con milioni di vittime.
E' tutto questo il motivo per cui nutro sentimenti non piacevoli nei confronti della politica, e di chi, come nella mia terra, la pratica in maniera oppressiva, discriminante e dittatoriale.
La mia visione è diversa, completamente influenzata da iniziative simili a quelle del gruppo "Kitoko Food" che, in Congo, sta portando avanti progetti molto apprezzabili nel campo agricolo. La nostra onlus "UNDUGU" s'ispira proprio a questo tipo di iniziative.

22/04/2016

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