Enrico MATTEI, “corsaro del petrolio”, un esempio.

Sarebbe utile che i politici condividessero le idee di Enrico Mattei, il marchigiano dei primi del Novecento ribattezzato “corsaro del petrolio” per le sue spiccate qualità imprenditoriali nel settore, sostenendo, come lui, la necessità dell’esportazione del lavoro nel terzo mondo e nei paesi produttori del petrolio. Considerando le ricchezze del sottosuolo africano ambite dall’Occidente e dall’Oriente, per creare lavoro, basterebbe  impiantare delle fabbriche in Africa per le lavorazioni, sul posto, dei vari prodotti. Purtroppo, invece, si preferisce recuperare il grezzo, spesso pagato a prezzi ridicoli o, in molti casi, ottenuto grazie ad azioni belliche come le guerre civili, con la complicità dei governanti, trasportarlo nei propri paesi, moderni ed altamente industrializzati e lavorarlo lì, generando occupazione e benessere. Nel frattempo gli africani vivacchiano, senza lavoro, senza diritti e letteralmente spogliati dalle ricchezze che dovrebbero e potrebbero dare loro  un’esistenza diversa. Come risultato, milioni di persone emigrano sfuggendo dalle miserie e affrontando viaggi rischiosi e difficili verso l’incognito. E, arrivati nei paesi che li hanno derubati, vengono considerati anche “scomodi”.

Quando chiudo gli occhi e penso a quelle immagini di morte nel Sahara, pubblicate nel sito della rivista ‘L’espresso’ in un filmato agghiacciante che fa scorrere scene di uomini stremati dalla fame, dalla sete, dal caldo del deserto, dalla sabbia, dalla marcia e, infine, morti, vedo e sento un mondo che puzza, un’umanità seriamente alla deriva. Non riesco, tuttora, ad allontanare l’immagine di quell’uomo deceduto e rimasto in posizione di preghiera perché, disperato, decise d’affidarsi al suo Dio, s’inginocchiò per pregarlo, poi, si spense, cadendo con il viso nella sabbia rovente del Sahara. Durante le riprese, l’unica cosa ancora viva sul suo cadavere era una triste maglietta che il vento del deserto si divertiva a muovere, soffiando forte da una direzione all’altra. Scene che umiliano l’umanità. Se solo esistessero altre creature consapevoli oltre all’uomo, sono convinto che alla vista di simili situazioni deriderebbero la nostra presunta intelligenza, quella nostra tanto decantata evoluzione. Nella consapevolezza che possano esserci persone che godono di quel genere d’immagini, magari conseguenza delle loro azioni, il mio cuore si spezza e l’amaro che ne esce mi sale fino in bocca, rovinandomi intere giornate. Sta ancora fallendo il mondo, un pianeta che persevera nell’errore e nell’orrore.

La cattiveria dell’uomo, le catastrofi naturali degli ultimi tempi, i genocidi, il terrorismo e le grandi guerre internazionali, sono tutte situazioni che spingono a pensare che le previsioni di alcune profezie sul 2012 possano essere davvero attendibili, e che il nostro mondo stia tendendo verso la fine. Allora, prima che alcuni finiscano nelle tenebre eterne, sforziamoci di essere migliori, almeno, in questi ultimi giorni concessi alla nostra specie, la tanto EVOLUTA specie umana, intelligente, geniale, civile.

In Africa, l’instabilità politica e l’insicurezza che regnano sovrane, sono generatrici di azioni come quella dell’8.01.2010 in Angola, poco prima dell’inizio del campionato calcistico della coppa d’Africa. Infatti, mentre era in viaggio per raggiungere il luogo del suo ritiro, la squadra del Togo fu bersagliata dai colpi di fuoco di un esercito ribelle ai pressi dell’enclave di Cabinda, zona dell’Angola molto ambita per i suoi appetitosi giacimenti di petrolio. Della nazionale togolese facevano parte nomi come Emmanuel Adebayor, la stella del Manchester City, e altri importanti personaggi di questo paese. Adebayor, giocatore immigrato in Occidente che, insieme ad altri suoi connazionali, ha terribilmente rischiato la vita nel suo stesso continente. Come lui, molti altri africani della diaspora rischiano la vita quando rientrano in patria, a causa d’innumerevoli conflitti armati che tengono il continente in ostaggio. Solitamente sono episodi di poco interesse per i media, ma che assumono importanza quando toccano organizzazioni come quello della coppa d’Africa, o personaggi del calibro di E. Adebayor. Analizzando il grave episodio della squadra togolese, la mia mente si è orientata verso i figli d’immigrati africani nel mondo. Ho provato a pensare ad un bambino che, tramite i mass media, apprenda della morte o del ferimento del padre, tornato in patria per una semplice visita famigliare, per affari o per lavoro. È successo ad Etienne, figlio di Jean-François, giovane congolese di Rutsuru, morto ai pressi di Goma durante un viaggio in famiglia, dopo tredici anni da quando si era stabilito in Francia. Etienne non vuole più saperne del Congo, paese che ha visto nascere suo padre e dove, alcuni anni dopo essersi miracolosamente salvato dalla guerra civile che lo spinse lontano dai suoi cari, tornò a morire, barbaramente trucidato dalla malvagità di uomini armati non identificati. Realtà davvero sconvolgenti, frequenti nella vita di molti immigrati africani e delle loro famiglie anche se, contrariamente alla storia di Adebayor, sono fatti poco pubblicizzati e di poco interesse.

Un giorno chiesi ad Etienne di venire in vacanza con tutti noi in Congo. “Non ci penso proprio”, mi rispose il piccolo Ety. “Io non sono congolese, non lo sarò mai e nemmeno voglio diventarlo. E poi, non voglio andarci, mai. Sono francese e tale rimarrò, a vita. Non posso desiderare di diventare cittadino di un paese dove le persone ne uccidono altre come fossero mosche e ciò, nella totale indifferenza dello Stato. IO SONO FRANCESE!”

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