Harry, il piccolo principe


Harry, il piccolo principe
/ DESTINI: Figli d'Immigranti

Harry era un simpatico bambino inglese, sensibile, tenero e molto socievole. Arrivato a Bukavu con i genitori a soli tre mesi di vita, il piccolo inglese trascorse l’infanzia in Congo, condividendo tutto con la coetanea Safi, figlia della governante della famiglia, madame Nyota (Stella in italiano). Il padre di Harry, Mister John, era un uomo piuttosto duro, rigido e con fare molto autoritario. Severo e spaventosamente conservatore, Mister John non permetteva al figlio la compagnia di bambini congolesi, il classico esempio dell’immigrato occidentale in Congo. Cresciuto quasi sempre in casa, Harry non sapeva nulla dell’ambiente circostante, non ne aveva nessun contatto. Aveva sempre condotto la vita da piccolo inglese, tra le quattro mura domestiche con i suoi genitori, Madame Nyota e l’amica Safi. L’unico ponte tra Harry e la cultura locale erano proprio queste due persone, alle quali i suoi genitori avevano intimato l’ordine di non uscire mai dalla concessione, pena cessione del rapporto di lavoro che li legava. Mr. John aveva accettato, non senza rammarico, che il figlio condividesse i giochi con Safi; non poteva andare diversamente. Questo bambino doveva pure giocare e farlo da solo risultava poco interessante, soprattutto quando, in una piccola baracca nella concessione della famiglia a soli quindici metri dalla villa, viveva una coetanea, educata, interessante, molto simpatica e carina, unica compagna. Harry ottenne di frequentare Safi grazie all’insistenza capricciosa comune ai bambini, ma anche per l’intervento della mamma, Miss Jane. Ogni giorno, ogni sera il piccolo ripeteva al padre che voleva andare nella baracca, voleva salutare Safi, portarle del formaggio.

Da Mr. John non si riceveva nessuno, né bianchi, né neri. Nessuno. Gli unici a frequentare la graziosa villa costruita di fronte al lago Kivu erano i domestici, rigorosamente scelti e ininterrottamente sorvegliati, ogni movimento, ogni parola, ogni sguardo. Madame Nyota era ben amata da tutti i Robinson, marito, moglie e figlio. Lei poteva accedere anche alla camera da letto dei suoi datori di lavoro, pulirla, sistemarla; un privilegio assoluto, oggetto dell’invidia dei colleghi, il cuoco Jean e il giardiniere Joseph. Alla fine delle sue giornate lavorative, Mr. John rientrava immediatamente a casa. Lui non andava proprio da nessuna parte a differenza della moglie che usciva con Jean per le spese della famiglia. L’unica uscita dei Robinson insieme era la domenica, al circolo sportivo di Labotte, luogo d’incontro di molti espatriati occidentali di Bukavu. Qui potevano giocare al tennis, la sua passione, nuotare nella piscina attrezzata direttamente nel lago, bere la tembo (una birra locale dal fortissimo sapore amaro) e partecipare a molte altre attività sportive con i suoi connazionali e con tanti altri immigrati occidentali. Al di fuori di questo luogo e dei domestici, la famiglia Robinson non aveva nessun altro contatto umano.

Harry e Safi crebbero praticamente insieme. Ma la situazione non cambiò, malgrado i vent’anni vissuti in Congo, a Bukavu. Mr John non permise mai al figlio di frequentare altre realtà al di fuori della loro proprietà. Harry aveva un insegnante personale e, ogni anno, effettuava due viaggi verso l’Inghilterra insieme alla mamma. La terza volta succedeva a dicembre quando a loro due si aggiungeva anche il padre, in viaggio verso la patria per le vacanze di fine anno. Ma tutto questo non rappresentava più nulla agli occhi di Harry, oramai quindicenne e follemente innamorato di Safi, la ragazza, unica vera compagna di gioco fin agli albori della sua vita, ma dalla quale il padre voleva assolutamente allontanarlo. Lui, Mr John, non poteva accettare un tale legame, vero insulto alla sua persona, al suo rango e, soprattutto, alla sua visione sul futuro del figlio. Uno scontro fra i due fu inevitabile, un periodo buio, un conflitto che determinò il seguito del loro rapporto. Il giovane inglese fu rimandato in patria, un paese che conosceva a malapena, e che, di conseguenza, amava ben poco. Infatti, malgrado le restrizioni del padre, Harry amava vivere in Congo, era questa la sua patria, e Safi la ragazza che diceva di aver scelto per la vita. Rimandandolo in Inghilterra, il padre sperava di interrompere il legame con la fidanzata congolese. Si sbagliava.

Harry mantenne il contatto con Safi e, rimandato in Inghilterra a quindici anni, a ventuno compiuti fece il rientro in Congo, facendo il percorso contrario a quello della sua famiglia che stava tornando definitivamente in patria. Fu organizzato il matrimonio fra i due giovani, generando la terribile furia del padre. Quel giorno, il legame tra padre e figlio si consumò, per sempre.

Oggi, nel 2010, una decina d’anni dopo che la coppia, dal Congo, volò e se ne andò in Inghilterra, Harry e Safi vivono sempre insieme, contenti e felici di crescere e educare i loro tre bellissimi figli. E noi gli auguriamo ogni bene, la salute, una vita dolce e allo stesso tempo prosperosa, lunga e fortunata, nel paese della grande regina Elisabetta d’Inghilterra. Anche questa è una storia d’un figlio d’immigrato.

Concludendo direi che, in tutte queste storie di matrimoni misti, ciò che più tocca la mia sensibilità sono i bambini, i loro problemi, le loro difficoltà nella comunità e nella famiglia. Gestire ed educare i bambini è un compito difficile che richiede pazienza, saggezza ed intelligenza. Tale mansione diventa ancora più difficoltosa quando, a svolgerla, sono due persone aventi due culture, due visioni del mondo e due sistemi diversi, magari anche incompatibili. Ed è proprio da queste divergenze che nascono molti fatti di cronaca, argomenti che, ad esempio, narrano le disavventure di bambini rapiti e portati via dai genitori. Spesso sono persone che non tollerano le modalità dell’educazione che il coniuge intende applicare sui figli. Tale rifiuto le porta allora a compiere atti ignobili come quello di rapire il proprio figlio, anche nel rischio di causargli traumi permanenti. Molti adulti, accecati da sentimenti egoistici, si dimenticano spesso quello che è davvero il bene dei bambini, agendo solamente per soddisfare i loro stessi desideri. Secondo me, i bimbi vanno seguiti nel modo più corretto possibile, mettendo da parte le divergenze, le incomprensioni e l’antagonismo in seno alle coppie, e infine, trasmettendo loro il giusto equilibro in tutte le cose.

Possano gli antenati guidare ciascuno di noi in tutte le circostanze della vita. E che Dio, oltre al respiro che ci presta, continui a vegliare su tutti noi e i nostri cari.

 

La seguente è una piccola poesia scelta tra le moltitudini di lettere d’amore che Safi scrisse al suo principe d’Inghilterra, colui che chiamava “il piccolo Harry”.

 

DELL’AMORE DEL PICCOLO HARRY, VIVERE!

 

Piccolo mio Harry,

piccolo mio principe,

piccolo Amore mio.

Ti prego.

Salva questo cuore martoriato,

fammi vivere del tuo Amore.

Amarti è così forte,

Amore mio,

temo diventi peccare.

Io,

la tua piccola Safi,

la tua principessa nera dai denti di diamanti,

 come usavi dirmi,

fossi stata un’erede al trono,

la mia richiesta saresti stato tu.

Un regalo d’Amore,

dal re,

alla propria figlia.

Allora mi sarei trasformata in una cannibale,

e mi sarei cibata del tuo corpo,

per potere vivere,

io e te,

in un’unica entità.

Purtroppo,

sono solo figlia di una governante in pensione anticipata,

orfana di padre,

senza amici e,

senza il mio principe.

Amore mio,

La cattiveria di tuo padre ci ha allontanati,

soffocando il mio sogno,

distruggendo la mia vita.

Fai presto,

Amore,

come hai promesso.

Vieni a sposarmi.

Altrimenti,

il mio cuore,

avvolto nel Kongò bololo*,

farò portare sotto l’orribile portone della villa di tuo padre.

Così,

egli capirà la mia amarezza di vivere senza il mio principe.

Ma temo che ciò non serva a nulla.

Lui è un uomo duro e spietato,

egoista e insensibile.

La sua cattiveria,

Amore mio,

mi asciuga il sangue,

mi consuma l’anima.

Ti vorrei qui,

a Bukavu,

a Muhumba.

Ma non ti vorrei vedere.

Non vorrei farmi vedere da te.

Il mio aspetto,

da quando te ne sei andato,

è cambiato.

Sono trasfigurata.

Avevi detto che avremmo vissuto insieme in eterno.

Oggi invece,

sola,

la mia vita è traumatizzata,

uguale a quella del popolo d’Hiroshima e di Nagasaki,

quando,

in quel triste 1945,

 l’inferno scese sulla terra con la bomba atomica.

Un’esistenza disperata, spaventata, disorientata, sconvolta.

Pare che parte dell’uranio che servì a costruire quella bomba venisse dal Congo,

la mia patria.

Un’affermazione che mi rattrista tanto,

e mi fa sentire in colpa.

Mi vergogno d’appartenere alla nazione per colpa della quale,

migliaia di persone persero la vita nel fuoco e la distruzione.

E allora mi chiedo se quella mia è veramente una terra benedetta,

o è semplicemente un posto maledetto dal Creatore,

l’origine del male e della morte in tutti i suoi sensi.

È vero,

Amore mio.

È assolutamente vero che ricchezza non vuol dire salvezza.

Essa può anche significare perdita dell’anima e dell’umanità.

Ricchezza può significare anche morte!

Una cosa turba la mia anima giorno dopo giorno:

ogni mattina mi alzo e mi chiedo,

con grande stupore,

come possa un paese,

quello mio,

 essere tanto ricco ma,

allo stesso tempo,

tanto povero!

I vari diamanti, oro, cassiterite,

coltan, cobalto, zinco, argento,

stagno, germanio, ferro, manganese,

radio, rame, fosfato, legname, potassa,

piombo, petrolio, bauxite, gas naturale,

etc.,

vorrei tanto sapere che fine fanno,

visto che il popolo congolese continua a patire la fame,

e la miseria più disperata.

Dall’altra parte,

scoprire quelle notizie sull’origine della bomba d’Hiroshima,

per una persona con la mia sensibilità,

il mondo e la vita assumono un sapore davvero amaro.

L’esistenza dell’uomo,

la sua ragione d’appartenere al sistema solare,

e all’universo,

si vanificano.

Io credo che tutte quelle ricchezze dovrebbero servire a generare la vita,

e a migliorarla;

non ad uccidere o tentare di estinguere altri popoli.

Harry Amor mio.

Tornandotene in Inghilterra,

mi hai lasciata sola,

come la luna nei cieli,

sempre sola,

e senza un suo simile vicino.

Sola come la metà della più onerosa delle banconote,

strappata, vanificata, svalorizzata, inutile.

Sola,

come un cucciolo di scimmia nella giungla congolese,

orfano della madre,

morta contemporaneamente alla sua nascita.

Abbatti le frontiere,

Amore.

Vieni dalla donna che ti ama più di ogni cosa,

anche di se stessa.

Vieni a prenderti il cuore che Dio ha creato solo per te.

Se non lo farai,

allora presto egli se lo riprenderà.

Ricordi quella volta che,

rimasti da soli in casa,

nella grande cucina iniziammo a ballare al ritmo di “sexual healing”?

Solo pochi minuti dopo,

la signora Taylor,

tua madre,

ci colse in flagrante,

e ci punì severamente,

richiudendoti in camera per diversi giorni,

ed impendendoti di cercarmi.

Quella fu l’unica volta,

nella mia vita,

che concessi un ballo ad un ragazzo.

E che ragazzo?

Era il mio Harry,

bello, alto, occhi azzurri, bianco con lunghi capelli biondi.

Un rarissimo esemplare di sesso maschile.

Con il tuo lungo silenzio,

ho l’impressione che non t’importi più nulla di noi.

Che,

 in quest’Amore,

a soffrire sia soltanto io.

Ho perso tanti kili.

Ho perso anche l’appetito.

Allora,

preoccupata,

ho deciso di consultare un medico.

La sua diagnosi dice che sono affetta dall’anoressia d’Amore.

 E che,

per guarire,

abbia assolutamente bisogno di tanta presenza del mio principe,

delle sue coccole e delle sue attenzioni.

Ma il dottore dice anche un’altra cosa:

pare che questa situazione,

a lungo andare,

mi porterà a perdere anche quel forte desiderio che sento di riabbracciarti,

così come ho già perso la libido.

Sì Amore mio.

Anche se ti amo da morire,

e che vorrei tanto averti qui,

ciò nonostante,

ho paura di aver perso quel fortissimo desiderio di te.

È strano,

ma non risento più alcun bisogno sessuale,

né con te,

né con nessuno.

Tuttavia,

ricordalo,

piccolo mio Harry.

Ricorda che,

allo scrutinio dell’Amore,

il mio suffragio sarà sempre a tuo favore.

Sei il mio eterno eletto,

candidato alla tua stessa successione.

Il tuo Amore è indimenticabile,

insostituibile,

inesauribile.

Un Amore senza tempo,

un vero e proprio incanto del cuore e dell’anima.

I love you forever!

You’re my little english,

Only MINE!

Yours,

Safi Hawa Malaika Birindwa.

 

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