Il fluire della vita

 Il fluire della vita / ITINERARI

"La vita è troppo breve; non conviene sprecarla nella ricerca di domande impossibili.

Lasciamola fluire così, come onde serene sulla superficie del fiume Congo".

 

 

Fermo qui,

osservo la strada e il suo flusso, la vita e i suoi passanti:

uomini, animali, oggetti in movimento.

Tutti attratti da qualcosa che non afferro, una forza che mi sfugge.

Un mistero.

È un’energia, reale ma, impalpabile, impetuosa e travolgente.

Tutti questi viandanti sono diretti, ciascuno,

verso un obiettivo, la propria meta.

E il loro fine mi è ignoto.

M’incuriosisce. Mi stuzzica.

Non mi da pace.

Mi fa riflettere.

Mi fa pensare …

E poi, improvvisamente,

sorge in me una domanda,

un quesito del tutto inaspettato, spontaneo, obbligato.

Ma, dove vanno,

tutte queste creature?

Cos’è che le chiama?

Cosa le attrae?

Voglio saperlo.

Ed è così, da sempre, per sempre.

Questa ossessione per qualcuno è inspiegabile.

Ma io non posso, non voglio non sapere.

Desidero conoscere il motivo di tanta agitazione, di tanta frenesia.

Guardo da un lato, poi da quello opposto.

I loro movimenti mi confondono le idee.

Sembrano scambiarsi gli obiettivi in un turbine di energia.

Alcuni vanno. Altri vengono.

Qualcuno sembra andare al mare.

Altri ne tornano.

C’è chi, appena nato,

esce dall’ospedale, coccolato dalla gioia dei parenti, meravigliosamente euforici.

Altri invece, disgraziati,

ne escono ben posizionati nelle bare.

Attorno a loro un silenzio tombale.

Volti tristi e disperati.

Per loro quei sarcofaghi saranno l’ultima dimora.

I parenti e gli amici sono tristi.

Qualcuno dietro là, in fondo alla fila,

piange disperatamente.

Poi mi rigiro.

Vedo altri movimenti.

Alcuni mi divertono.

Altri mi commuovono.

Piango l’umanità.

Piango la mia inabilità d’intervenire.

Piango l’impossibilità di urlare,

gridare e salvare, strillare e correggere.

Urlare per partecipare, contribuire, associarmi alla gioia,

alla felicità, alla festa scatenata da un nuovo arrivo al mondo.

E così, dalla mattina alla sera quando, stanco,

decido di abbandonare il posto, per tornare nel mio regno dei sogni.

A casa mia dove e, nel totale silenzio, ricomincio a pensare.

Ripenso alla mia giornata, alle auto che mi hanno stordito.

Penso ai cani e ai gatti che girovagavano, diretti chissà verso quale meta.

Penso alle mosche, agli uccelli, alle formiche,

alle zanzare che mi hanno punto per poi volar via,

andarsene con la pancia bella tonda,

piena del sangue del mio sangue; orientate verso altre mete.

Vorrei sapere dove vanno a finire.

Vorrei sapere la fine che fa il mio sangue scroccato,

spassionatamente succhiato.

Penso a tutti i volti che ho incrociato sulla strada.

Penso a tutti i movimenti, all’infinito sul quale il mio sguardo si perdeva,

ogniqualvolta scompariva l’oggetto osservato.

Penso al percorso di ognuno di noi, e non mi do pace.

Questi itinerari che, ogni tanto, s’incrociano.

Questi destini che s’intrecciano, per poi sciogliersi.

Ma quale sarà il motore di questo groviglio esistenziale?

E non sapere dove andavano tutti quei passanti che ho osservato oggi,

una vera tortura alla mia povera anima.

Tuttavia, la mia curiosità rimarrà illibata, insoddisfatta,

in questa vita, e nelle prossime, se ci saranno.

Ma, pensarci ora, tormentare la mia povera anima,

che importanza ha?

La vita è troppo breve; non conviene sprecarla nella ricerca di domande impossibili.

Lasciamola fluire così, come onde serene sulla superficie del fiume Congo.

Poenarrando

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