Il progresso, un bene autodistruttivo?

 

Dal primitivo all’evoluto, dall’ottuso all’intelligente, l’uomo moderno, migliore del suo antenato preistorico?

Penso al mondo primordiale, puro, senza l’uomo e le sue realizzazioni, un pianeta ancora vergine e intatto, come al principio. Penso al primo uomo, appena creato, nuovo di zecca, nudo, senza alcun oggetto sul corpo, né per la protezione, né per ornamento. Vedo un mondo leggermente simile a quello in cui vivevo solo qualche anno fa, Boende, il mio villaggio di origine situato in piena foresta equatoriale congolese. Allora Boende era una realtà autentica, tranquilla, silenziosa, essenziale, un posto dove la gente, meravigliosamente in sintonia con la natura e l’ambiente circostante, conduceva una vita modesta ma ricca di stimoli ed ispirazioni. Guardandomi attorno, vedo un mondo completamente trasformato dall’ingegno, dalle innumerevoli realizzazioni umane: oggetti immobili e in movimento derivati da materiali sottoterranei che l’uomo, grazie all’intelligenza raggiunta, ha prelevato, lavorato e trasformato. In effetti, qualsiasi cosa sotto i nostri occhi trae origine dalla terra. Niente di quello che ci circonda nasce dalla superficie della terra. Ogni cosa che ammiriamo con lo sguardo, o tocchiamo con le mani, viene dalle profondità del suolo. Molte di queste sono naturali. Molte altre invece sono il risultato del lavoro dell’uomo, materie prime recuperate dalla terra, poi successivamente lavorate, trasformate, forgiate dall’ingegno umano. Ma continuo a pensare. Vedo ancora l’uomo di oggi, moderno ed evoluto, creatura alla quale la propria nudità in pubblico è diventata un tabu, un’anomalia. La normalità, così come la bellezza, si esprime tramite oggetti da indossare, vestiti, gioielli ed accessori che lo identificano come appartenente ad uno status sociale, ad un gruppo, ad un’etnia. Ma le mie riflessioni non potevano giungere alla conclusione senza considerare un altro genere delle realizzazioni umane, quelle che, certamente, non sono un bene per la vita sulla Terra: tutte le armi e le invenzioni concepite per distruggere i propri simili, altre creature e la natura. Continuo a pensare e riflettere fino a giungere alla domanda di prima: l’uomo moderno, è riuscito nei millenni ad essere migliore del suo antenato preistorico? È riuscito ad evolvere? L’evoluzione è un bene per l’umanità o è solo autodistruzione? 

Più l’uomo acquisisce capacità inventive in un qualunque settore della vita, più crescono i rischi dell’autodistruzione della specie, inevitabile retro della medaglia. L’intelligenza è certamente un fattore positivo e benefico per il nostro genere. Ma l’intelligenza non è solo un bene, una virtù, dipende da come viene utilizzata. L’uomo intelligente può essere pericoloso, per sé stesso e per gli altri, in quanto capace di cogitare e produrre la negatività attraverso invenzioni diaboliche ed autodistruttive.  

Nelle relazioni interpersonali, trattare con persone intelligenti piuttosto che con quelle dal cervello di dimensioni ridotte non è necessariamente un bene; può rappresentare anche un pericolo. L’uomo raziocinante è imprevedibile, non manipolabile, astruso, ingestibile e perspicace, caratteristiche che non possiede il suo simile ottuso. Vivere in un mondo di creature evolute, consapevoli e intelligenti costituisce allora un problema, il rischio che queste, motivate da cattiveria ed egoismo, possano in un qualsiasi momento entrare in conflitto tra di loro. In altre parole, l’intelligenza non è una caratteristica dell’essere umano a cui attribuire una valenza esclusivamente positiva in quanto, oltre ai suoi lati positivi, utili alla vita, può rivelarsi anche autodistruttiva e pericolosa, per lo stesso uomo, e per la sopravvivenza della specie. Molti esempi della pericolosità delle grandi realizzazioni umane danno credito alle mie riflessioni. Grazie ai progressi avvenuti nel campo scientifico-tecnologico, ad esempio, siamo diventati capaci di generare la vita e, allo stesso tempo, di distruggerla. Molte persone, pur affette da gravi patologie che causano la sterilità, riescono, sfruttando particolari cure oggi possibili grazie ai progressi ed ai miracoli nel settore medico-scientifico, a generare la vita, creando una loro progenie. Tuttavia, ci sono anche casi con una dinamica contraria a quella delle procreazioni miracolose: la possibilità, sempre grazie all’evoluzione ed al progresso della scienza, di interrompere una vita in piena formazione. Ma, in assenza di cervelloni e geni vari, tutte queste situazioni sarebbero state impossibili ed inimmaginabili.  Anche nel campo militare, l’uomo ha dimostrato grandi attitudini costruendo armi superpotenti e distruttive, oggetti progettati e fabbricati, non per fronteggiare nemici di natura diversa ma, lui stesso, un altro uomo suo simile. Nella prima tappa della sua evoluzione, l’essere umano, appena diventato tale dopo aver abbandonato la precedente natura puramente animalesca e primitiva, imparò certo a costruire le armi. La differenza risiede nel fatto che, a quei tempi, quelle armi erano principalmente pensate per la caccia, quindi, per il bisogno del nutrimento e la sopravvivenza. L’iniziale intelligenza acquisita fu pertanto usata per fini legati alla sopravvivenza, tutt’altro che pericolosi per la specie e costruttivi. Fu solo dopo, mentre il suo cervello evolveva, che cominciò a cogitare anche la possibilità di eliminare il suo stesso fratello, così da potersi impossessare di ciò che l’esistenza di costui non gli concedeva. È da quel momento che cominciarono i guai del mondo, i conflitti e le guerre che continuano, ancora oggi, a dividerci, sotto vari pretesti, economici, religiosi, etnici. E, pensando ad alcune caratteristiche negative dell’uomo, tipo l’avidità, la gelosia, l’invidia e l’ipocrisia, io mi arrendo nell’impossibilità di giungere ad un mondo diverso. Un mondo veramente etico non è ipotizzabile, rimane un’utopia, un’impossibile illusione. L’unico modo per arrivarci è rifare il pianeta, assegnandogli creature di natura diversa da questi umani. Per ora, noi continuiamo ad ucciderci, querelarci,  spararci a vicenda e bombardarci, chi in nome della democrazia, chi della religione, altri per puro banditismo. Torno a pensare e a pormi delle domande: non sarebbe stato meglio che l’evoluzione si fermasse alla tappa in cui l’uomo poteva solo pensare alla caccia e, quindi, a fabbricare oggettini utili esclusivamente a simili scopi? Il suo conclamato progresso, che valore ha, se non si traduce in cose positive? Qual è il suo apporto? In ogni caso, più che una positività e, in base a tutto quanto detto e scritto in questo capitolo, io rimango del parere che la nostra evoluzione non sia una conquista solamente positiva. È molto di più, nel bene e nel male. 

Grazie allo sviluppo tecnologico, è diventato facile uccidere quantità elevate dei propri simili umani con armi e materiali moderni e sofisticati; è l’impegno che si assumono certi cervelloni sparsi qua e là sul nostro pianeta. Altri invece progettano e fabbricano macchinari pesanti per l’abbattimento di intere aree verdi e foreste, danneggiando l’ecosistema del mondo con preavvisabili conseguenze nefaste sul clima e sull’equilibrio planetario. Come sottolineato pocanzi, prima di noi i nostri antenati, poco evoluti, vivevano in un mondo non tecnologico, naturale, privo di cervelloni e dei loro grandi progetti. Le uniche loro preoccupazioni erano il cibo e la sopravvivenza. Oggigiorno la situazione è molto diversa. Messo da parte il suo lato positivo, ad esempio la semplificazione ed il miglioramento della qualità della vita, spesso e, paradossalmente, il progresso rappresenta anche una vera complicanza nell’esistenza dell’essere umano, la causa di grandi rischi, grandi preoccupazioni e grandi problemi nel cammino dell’umanità. Partendo dalla sua primordiale natura di animale puro, l’uomo si è evoluto apportando grossi cambiamenti alla sua natura ed alla sua vita. E ogni giorno, esso ha aspirazioni più ambiziose, più grandi, realizzando sistemi e programmi ultramoderni e sofisticati, intenti a facilitare la vita. Ma l’orrore risiede nella finalità negativa, l’ostinata ricerca di progettare e fabbricare strumenti e macchinari volti a complicare o a distruggere la vita dei propri simili.  

Grazie ai conseguimenti ed agli apporti della sua proclamata evoluzione, l’uomo ha perso il senso della misura, perde i veri valori della vita, sta vertiginosamente perdendo la fede. E, vivere senza un credo, non è un bene per l’umanità. La fede non è solo per un Dio imposto da una qualunque religione o pensiero filosofico; può essere di una qualsiasi natura, per una qualunque cosa; può essere un generatore di energie positive per sé stessi e per gli altri. La fede permette l’adozione di stili di vita disciplinati, regole che pongono un limite tra il bene ed il male, il giusto e lo sbagliato, nel rispetto delle differenze. Anche se esistono grossi contrasti tra le fedi, ciò che conta non sono questi, ma l’attaccamento e la persuasione del fedele a ciò in cui crede, evitando comunque di giudicare, di ostacolare o influenzare le convinzioni altrui. Il comportamento dello straniero occidentale, invasore dell’Africa, che costrinse l’africano all’abbandono delle proprie identità religiose e culturali non può che essere condannabile, ingiustificabile. Opprimere un popolo, forzandolo ad abbandonare le proprie credenze, imponendogli una fede presentata come l’unica via della salvezza, è un atto arrogante, di grande prepotenza e presunzione. Inoltre, barattare la conversione religiosa con cibo, medicinali e beni materiali è inqualificabile quando proposto a chi effettivamente è nello stato di bisogno. Nessuno possiede l’assoluta certezza di essere nel giusto, costringendo gli altri ad adottare il proprio credo, la propria cultura, è una sopraffazione inqualificabile, ingiustificabile e in grande contrasto con i valori della sacra civiltà. Quello che per me può rappresentare il massimo, per qualcun altro potrebbe non avere alcun valore. Gli spiriti degli Avi, il Dio Nzakomba e tutte le credenze dei nostri nonni avevano una ragione d’essere, un senso ed un motivo intimamente collegato con l’ambiente ed il territorio. Costringerli all’abbandono di tali credenze rientrava nella grande strategia dell’invasore, deciso a dominarli nel corpo e nello spirito, a denaturalizzarli e annientarli. E  riuscì nella missione. Oggi, tutta l’Africa nera è popolata da persone che praticano fedi straniere. Rari sono coloro che dichiarano un credo locale. Il grande inconveniente è che, per tali fedi, nell’Africa sub sahariana ci si uccide tra fratelli dello stesso paese, divisi solo dalle religioni, diverse ed opposte, che diventano pretesto e alibi per le guerre. È chiaro che le azioni del colonizzatore continuano a produrre effetti negativi anche oggi. Sarà così anche domani, e anche dopodomani, così finché in Africa si persevererà a vivere trascurando le proprie identità attuali, la propria storia, recente e remota. 

Non si può negare l’esistenza della violenza in Africa anche nel periodo precoloniale. I vari regni, infatti, riuscivano ad imporsi, a conquistare territori e popoli con violente azioni belliche. Si narra come Shaka Zulu sia stato un grande condottiere, carismatico ma anche crudele, insensibile, con un cuore di pietra. Tuttavia, prima dell’arrivo delle religioni straniere, non ci sono segnalazioni di conflitti causati dalle differenze di fede. Inizialmente, il credo dell’uomo nero africano ha avuto una valenza politeista. Il monoteismo è stato importato ed imposto, facendo leva sulle debolezze altrui. Mettendo in parallelo questi due modi di credere, si può osservare quanto diversi siano, nella sostanza e negli ideali. Il monoteismo parla di una figura centrale, il Messia, che alcuni identificano nella figura di Gesù, altri in quella di Maometto. Le due figure rappresentative di tali religioni predicano grandi principi: l’amore universale, il rispetto, il perdono, la fratellanza. Purtroppo, a causa della loro grande influenza e della potenza dei loro insegnamenti, diventano involontariamente strumento di manipolazione e causa di ostilità e conflitti tra i loro adepti, pronti a difendere le proprie ideologie lottando fino all’ultimo sangue. Non è quello che succedeva nell’Africa di spirito collettivista e di fede animista. Nella sua storia antica, nessun africano aveva mai attaccato un fratello per ragioni religiose. Oggi, per quelle religioni che, un tempo, non appartenevano al suo territorio e che non appartengono alla sua storia ancestrale, l’africano è confuso, trasformato, pronto ad uccidere il fratello che non ne condivide il credo. Perché, insieme alla religione, è stato convinto di essere arrogantemente unico detentore di verità e di dover combattere l’infedele, l’appartenete ad altre fedi. In più, per compiere gli atti di violenza premeditata, ammazzare o trucidare chi non possiede le proprie idee religiose, i violenti si servono anche delle nuove tecnologie, frutto dell’evoluzione e del modernismo. Un grande contrasto, una evidente confusione nella vita degli umani che continuano a perdere molti valori.  

In Africa, per risolvere la situazione dei conflitti religiosi e uscire dal brutto stato di miseria in cui i popoli sono sprofondati, è necessario ritrovare se stessi, recuperare quell’integrità morale persa, i veri valori morali basati sulla tolleranza e la convivenza, quella coscienza storica cancellata dai tormenti psicologici opera dell’invasore. I popoli dell’Africa nera devono fare affidamento ai valori ed agli insegnamenti degli Avi, nati e contestualizzati in modo equilibrato, alla propria coscienza storica. È tempo che si cominci il recupero di ciò che ci è stato tolto, con la frusta o con il plagio, il lavaggio del cervello, il baratto, la cosiddetta “banana”. Il ritorno verso alcuni valori positivi del passato dovrebbe essere l’obiettivo di tutti i popoli, ovunque nel mondo. Il modernismo e l’evoluzione non hanno portato solo la semplificazione della vita e il suo miglioramento; essi contribuiscono anche a distruggerla, crudelmente e velocemente con meccanismi ed oggetti tecnologici sofisticati, con prodotti e sostanze che recano gravi danni alla salute. I nostri antenati hanno certamente sofferto lo spirito poco creativo e poco inventivo che non gli ha permesso una buona difesa contro le avversità climatiche, le malattie, le dure condizioni nella pratica delle attività lavorative. Tuttavia, le loro energie erano generalmente orientate verso la ricerca di soluzioni a tali problematiche, non all’invenzione di armi micidiali pensate per ammazzare altri loro simili, né tantomeno alla fabbricazione di macchinari capaci di cambiare il volto di una foresta tropicale in pochissimi istanti, distruggendone flora e fauna a favore delle economie delle industrie moderne. Mano a mano che evolvevano, e che il loro cervello acquisiva più capacità intellettive, i nostri antenati hanno saputo instaurare rapporti molto solidi, valorizzando i legami di fratellanza e tutte le relazioni all’interno della collettività. Ma l’evoluzione ha dimostrato di essere anche un vero problema nella vita degli umani. Il progresso, solo un bene per l’umanità? Per quanto mi riguarda e, alla luce di quanto detto sopra, convinto, rispondo no. 

Itenerari (LaFeltrinelli)

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