La fuga verso l'Italia

"Dal Congo in Italia come in un sogno"

"...Grazie a Dio, anche in quest’occasione, la fortuna non ci abbandonò; dalla Maison Saint Laurent all’aeroporto la strada era sorprendentemente deserta: nessun militare, nessun civile, nessun pericolo all’orizzonte. Un vero miracolo dato che, solo poche ore prima di iniziare il viaggio, avevano sparato lungo il percorso che porta all’aeroporto, l’unico che lo collega alla città. Sapevamo di rischiare molto. Invece, il viaggio fu tranquillo, situazione paradossalmente anomala dato il caos caratteristico di quei momenti a Kisangani. In più, quel percorso era uno dei luoghi più insicuri perché assediato da militari in attesa di chi tentava la fuga. Fu sufficiente una mezz’ora per raggiungere l’aeroporto, semi-deserto, dove a terra c’era un solo aereo carico di missionari occidentali, tutti impazienti di andarsene. Non ricordo di aver visto un’altra faccia nera dentro quell’apparecchio tranne la mia e quella di un nervosissimo pilota, agitato ed ansioso di decollare. Padre Pross ed io fummo tra gli ultimi ad imbarcare e, pochi minuti dopo, l’aereo prese quota; stavamo volando! Incredibile! Dio mio, che liberazione! Guardavo, incredulo, il mio salvatore senza dire parola. Lui era terribilmente scosso dagli ultimi eventi, esaurito, scoraggiato. Costretto a partire da Kisangani lasciando tutte quelle giovani vite senza alcun sostegno, si intristì fortemente, si alzò e si recò in bagno dove rimase per alcuni minuti. Al suo rientro presentò evidenti segni di un recente pianto. Mi fissò a lungo come tentasse di comunicarmi qualcosa. Sono certo che aveva indovinato cosa provavo in quel preciso istante. Decisi di non guardare dal finestrino, volevo dimenticare tutto, subito; ma non ci riuscii; appena rilassato, mi girai e indirizzai uno sguardo amaro verso la città la cui vista stava scomparendo lentamente alle nostre spalle. Richiusi immediatamente gli occhi; nella mia mente potevo riconoscere le vie e localizzare i punti caldi delle azioni barbariche. “Basta”, ripetevo a me stesso. “Basta guardare quell’orrore. Basta pensarci. Mai più metterò piede in quest’inferno!” Pregavo di dimenticare tutto, non volevo più sapere nulla su quella città, quell’orrore. Oggi, nel lontano 2008 vedere, dalla lontana Italia, le immagini di altri disordini ed uccisioni nel Kivu è come gettare sale sulla mia ferita. Che destino quest’Africa! Il popolo del Kivu in particolare, quello dell’intero Congo in genere, è chiamato a subire violenze di ogni tipo a causa delle ricchezze del suo sottosuolo. Dopo l’oro, ecco arrivata l’era del “coltan”, ennesima disgrazia che incombe sulla sua esistenza. L’oro grigio è il nome di nobiltà che si dà al coltan, minerale composto da due corpi distinti, il “colombite” ed il “tantalite”. Da quest’ultimo si trae il tantalio, un eccellente conducente di elettricità, facilmente malleabile e fortemente resistente alla corrosione, molto valutato nella fabbricazione di componenti elettronici, soprattutto di condensatori. Ai nostri giorni, possiamo trovare il coltan in diversi prodotti moderni (telefoni portatili, macchine fotografiche, elaboratori, Play Stations ecc.) o in alcune macchine molto specializzate (missili, reattori d’aereo, satelliti). Per questo motivo, i congolesi usano dire che ogni essere umano detentore di un telefonino possiede, spesso ignaro, un pezzo del Congo e delle sue ricchezze. Gli esperti ci insegnano che la produzione di un condensatore richiede una quantità non trascurabile di tantalio raffinato. D’altra parte, occorrono circa 1,8 grammi di tantalio per una decina di apparecchi telefonici e circa 3,33 chili di coltan per produrre un chilo di tantalio raffinato. Generalmente si riconosce che l’Australia, la Repubblica Democratica del Congo, il Brasile, il Canada e la Nigeria siano i più grandi detentori di tantalio al mondo. Si dice che l’Africa possederebbe l’80% delle riserve mondiali e che i due Congo deterrebbero l’80% delle riserve africane. Si dice anche che il coltan della regione del Kivu deterrebbe uno dei tenori più elevati di tantalio al mondo. Cose che rimangono da confermare, ma che potrebbero spiegare gli eventi di questi ultimi anni, soprattutto ciò che succede nell’Est della RD Congo che, nel 2000, ha prodotto 130 tonnellate di tantalio, cioè l’11% della produzione mondiale. Meno del Ruanda, fornitore del 13% del mercato mondiale. Solo che, le relazioni pubblicate dall’ONU in aprile 2001 ed ottobre 2002, benché criticate per le loro lacune, accusarono l’Uganda ed il Ruanda di avere sistematicamente saccheggiato le risorse del Congo, tra cui, il coltan. Ciò significa che la maggioranza delle esportazioni ruandesi era ed è fatta del coltan congolese. Si è calcolato che alla fine dell’anno 2000, la RD Congo avrebbe guadagnato 63 milioni di dollari, il Ruanda 77,6. Il commercio del coltan avrebbe procurato a capi militari e a civili ruandesi e ugandesi risorse finanziarie enormi e avrebbe incoraggiato la prosecuzione del conflitto. Dall’altra parte, gli alleati del governo di Kinshasa (lo Zimbabwe, l’Angola e la Namibia) furono anch’essi accusati del saccheggio sistematico delle risorse del Congo con la collaborazione di lobby internazionali e di grandi compagnie aeree. Nei circuiti economici, infatti, il commercio del coltan è stato definito “nervo della guerra nell’Est del Congo”. Intrighi complicati che stimolarono l’azione di molte ONG che, preoccupatesi per il precipitare della situazione, danno l’allarme all’opinione pubblica con lo slogan seguente: “Niente sangue sul mio telefono cellulare!” Infine, non si deve dimenticare che il coltan è un metallo radioattivo contenente dell’uranio anche se in piccole quantità. Benché per il momento si ignori il pericolo che rappresentano per il respiro le radiazioni dovute alle polveri radioattive assorbite in occasione del trattamento del coltan, si sa tuttavia che la radioattività iniziale si trova quasi interamente nel residuo del minerale metallifero, dunque che inquina seriamente i corsi d’acqua. Infine, a tutte queste disgrazie si aggiungono i recenti fatti di violenza sessuale praticata sulle bambine di Goma; sono atti impuniti e incredibilmente commessi anche dalle forze che l’ONU ha, attraverso la MONUC (Mission de l’Organisation des Nations Unies au Congo), spedito in Congo per soccorrere le popolazioni disperate. Si capisce quanta ingiustizia ed ipocrisia regnano in questo mondo. Sembra che per alcuni popoli il destino sia uno ed unico: LA SOFFERENZA! Sì, quello del popolo congolese e africano è proprio un destino crudele! Una vita vissuta in povertà, elemosinando qua e là in tutto il mondo quando, in realtà, la terra dei nostri antenati offre un’infinità di ricchezze, un’abbondanza che garantirebbe benessere e felicità a ciascuno dei suoi figli. Dio solo sa quando e come gli africani potranno finalmente beneficiare di tutte le risorse che Lui ha, misericordiosamente, donato alla loro terra, e vivere pacificamente ed amorevolmente tra di loro e con tutto il resto del mondo..."

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