Le delizie di Boteka : il "Mpungà"

DESTINI: FIGLI D'IMMIGRANTI 

Quando dovette lasciare il villaggio per tornare in Belgio, Thierry lo fece a malincuore. Aveva appena assaggiato le delizie della foresta, quelle di cui era solito parlargli il padre. Se solo avesse potuto, sarebbe rimasto lì molto volentieri, per godere del villaggio e dei suoi tanti piaceri.

“Come si fa?”, diceva, “come si fa a lasciare tutto questo? Come ho fatto a vivere finora senza aver degustato questi cibi dall’inimitabile sapore, così strano, particolare, forte ma anche leggero, invitante? Una sola parola mi viene da dire: straordinari. E poi, che non mi si venga a raccontare barzellette sulle cosiddette ‘delizie belghe’. Pare che sia quella la miglior cucina del mondo. Ma và!”

Così si espresse nostro cugino mentre cercava di raccontarci la sua passione, appena scoperta, per i cibi del villaggio. Erano tutti prodotti della foresta, naturali al cento per cento: insetti di ogni tipo, selvaggine, verdure, foglie, pesci freschi dei tantissimi ruscelli della foresta equatoriale, pesci essiccati ed affumicati, tuberi e, soprattutto, frutta. Sì, Thierry era impazzito per la frutta della foresta. La sua gola fu rapita soprattutto dal ‘mpungà’ e dal ‘mbimbò’. “Mamma mia, che frutta! Che delizie! Roba dell’altro mondo”, esclamò mentre descriveva il colore, il sapore e il profumo dei vari tipi di frutta che aveva scoperto. E poi aggiunse: “Potrei vivere per giorni e giorni mangiando solo il mpungà. Pensando alla colonizzazione ed ai belgi, mi chiedo veramente come sia stato possibile che questa frutta non sia mai arrivata fino in Occidente; come mai i colonizzatori, arrivati fin lì per il caoutchouc*, la legna e tant’altro, non s’interessarono ad importare tali delizie in Belgio. Davvero strano tutto ciò!”

(*Generato dal lattice raccolto dall’hevea, il caoutchouc viene successivamente trasformato in gomma, un grande business nell’industria del diciannovesimo secolo. Questo prodotto fu all’origine del massacro di indigeni delle foreste dell’Africa centrale durante l’epoca coloniale: si parla di milioni di morti congolesi, vittime della crudeltà del colonizzatore belga, pesantemente ingaggiato nello sfruttamento di questo territorio africano. Una triste storia dell’umanità passata nel dimenticatoio rispetto a tante altre catastrofi, opera dell’inesorabile mente umana, tanto geniale quanto diabolica. Fu proprio la storia del caoutchouc che determinò la decisione del Parlamento belga di costringere il re Leopold II, nel 1908, a cedere il Congo allo Stato belga. Fino a quel momento, questo territorio era la sua proprietà privata, il che gli conferiva il diritto di sfruttarlo a suo piacimento. Caso inizialmente trattato dal giornalista Joseph Conrad nel libro “Au Coeur des Ténèbres”, lo scandalo del caoutchouc fu ampliamente divulgato due decenni più tardi dal giornalista inglese, Edmond Dean Morel, che pubblicò tantissime foto di bambini amputati provenienti dalla giungla congolese. Si dice che il re belga, per assicurarsi dell’effettiva esecuzione della missione nella foresta, impartì ai suoi uomini l’ordine di tagliare una mano di ogni singolo abitante del villaggio che non avesse fornito giuste quantità del caoutchouc, consegnandola al responsabile della missione. Ogni mano di un abitante pigro amputata significava che l’operazione era stata eseguita alla perfezione. I nostri nonni, infatti, usavano pronunciare la seguente frase: “Le caoutchouc, c’est la mort”, “caoutchouc, uguale morte”. Esiste un film documentario, testimonianza delle reali dimensioni di questa tragica vicenda, orribili crimini sconosciuti da buona parte dell’odierna opinione pubblica. Il film è reperibile in rete con il titolo: “Le roi blanc, le caoutchouc rouge, la mort noire”. Dando uno sguardo all’attuale situazione del Congo, pullulante di conflitti e sporchi interessi, mi accorgo che questo paese ha un destino spaventosamente assurdo. Le sue enormi ricchezze sono la sua croce, paradossalmente, la condanna ad una moltitudine di brutalità, atrocità e disgrazie. Considerando poi l’estrema povertà della sua popolazione, ci si chiede a cosa servano tante ricchezze quando poi il popolo, l’unico vero proprietario di tale benedizione, non ne trae alcun beneficio; deve inoltre guardarsi bene da rivendicarne qualsiasi diritto).

Quanto al lattice dell’hevea, allegramente ricordo come, ancora al villaggio, io ed i miei compagni costruivamo palloni di gomma con questo liquido, bianchissimo rispetto alla nostra pelle scura, e terribilmente appiccicoso. Conclusasi la costruzione dell’oggetto del nostro divertimento, lavare le mani diventava un’operazione tutt’altro che facile. Ma, in compenso, eravamo tutti molto fieri e felici della nostra palla, indistruttibile, inusurabile; solo un tiro infelice nella foresta ce ne separava. 

Il mpungà è un frutto di colore viola che cresce spontaneamente nella foresta, tendenzialmente indaco nella fase matura e che, consumatone anche solo un chicco, conferisce il suo gusto dolce in grado di durare in bocca un’intera giornata. Infatti, è fortemente sconsigliato mangiare il mpungà prima dei pasti, ne rovinerebbe completamente il gusto facendo diventare dolce ogni cosa. A Boende, dopo che avevamo consumato il pranzo, io ed i miei amici passavamo alcuni pomeriggi sull’arancio o sul limone, ben sistemati sui rami precedentemente puliti dalle spine. Quanta frutta veniva consumata in tali occasioni! Certo che la nostra visita non passava inosservata, tanto le bucce d’arance o di limone popolavano l’ambiente sottostante agli alberi presi d’assalto. Thierry impazziva per il mpungà.

Poi ci parlò anche del mbimbò. Che cosa straordinaria! Io stesso ne ho mangiato in quantità industriali e anche Thierry se ne innamorò. Questo frutto ha una particolarità: per essere mangiato, deve essere arrostito. Non so proprio come descrivere il mbimbò, tuttavia devo forzarmi a farlo per te, il mio gentile lettore, sentitamente ringraziato per la scelta fatta di percorrere le linee di questo racconto. Di forma rotonda come il mondo, questa delizia equatoriale è un enorme frutto pieno di chicchi da estrarre e torrefare prima d’essere consumati. Il seme tostato è morbido, dolcemente saporito e così buono da farsi mangiare in quantità esageratamente elevate senza mai averne abbastanza. L’odore della torrefazione dei suoi semi è inconfondibile, invitante e, la sua raccolta, un evento particolare e divertente. La pianta produttrice di questo strano frutto è enorme, abbastanza alta e si trova generalmente a pochi metri nella foresta dietro i villaggi. Siccome il mbimbò non va mai raccolto dall’albero, tutti ne aspettano la caduta che avviene alla maturazione. Allora nel villaggio si sente un forte tonfo, inconfondibile e generatore di corse pazze verso il luogo di provenienza. Che bello ricordarsi quell’atmosfera… Sì, posso proprio gridarlo: io sono davvero innamorato del mio villaggio e della mia Terra! Le corse si concludono con l’urlo del vincitore, acclamato, celebrato. Da quel momento, è festa nel villaggio dove il frutto raccolto viene sempre condiviso con tutti.

Mai più tornato in Congo dopo quel suo primo ed unico viaggio, Thierry porta dentro di sé ricordi eccezionali, storie straordinarie che racconta e racconterà con entusiasmo alla sua prole e che io, con il suo permesso, ho esteso a tutti voi miei lettori.

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