"Longea" - Uccello misterioso

 Dal libro ITINERARI

In un freddo pomeriggio europeo del mese di dicembre dell’anno 2011, mentre ero nel mio negozio davanti al computer, ebbi un improvviso e vago ricordo di un uccello, il “longea”, strana creatura che vive nella foresta di Boende in Congo. Il longea è uno dei tanti animali misteriosi del mio villaggio di cui la comparsa è un allarme, il presagio di un brutto evento che sta per incombere sul territorio. Non avendo più le idee chiare a causa di tanti anni trascorsi lontano da Boende, mi affrettai a chiamare mia madre, dovevo rinfrescarmi la memoria:
- “Ricordi, mamma”, chiesi “ quell’uccello che terrorizza tutti nel villaggio ogni volta che compare?”
- “Di quale uccello vuoi parlare, figliolo? Vuoi dire il
longea? Quel misterioso uccello che annuncia la morte di qualcuno nel villaggio?”
- “Sì mamma, parlo proprio del longea.”
- “E allora dimmi, figliolo, cosa vuoi sapere di quel brutto animale?”
- “Devo scrivere una storia, un racconto dal titolo
‘ITINERARI’ e mi sono ricordato della particolarità del longea, quel suo rito misterioso che lo distingue da tutti gli altri strani animaletti della foresta, messaggeri di cattive notizie.” Infatti, a Boende si diceva che, ogni volta dovesse portare il suo messaggio al villaggio, quest’uccello procedeva creandosi un percorso di alcuni metri, itinerario che percorreva andando avanti e indietro mentre eseguiva ininterrottamente il suo tristissimo canto premonitore. Complice degli spiriti cattivi, ideatori e provocatori di ciò che stava per accedere, malgrado si sentisse ben forte il suo monito, scoprire la sua posizione era un’impresa tutt’altro che facile. Allora, per evitare il dramma preannunciato, gli uomini di Boende dovevano assolutamente trovare l’uccello, individuare il percorso del suo rito diabolico e porre un’azione dalla quale dipendeva la vita dell’uccello e della vittima ancora sconosciuta. Il povero longea doveva morire prima che fosse troppo tardi. E per questo, bisognava ritrovare il percorso del misterioso rito, prolungarlo di alcuni metri, ampliando così i tempi della sua triste melodia, atto che lo portava inevitabilmente all’asfissia, quindi, alla morte. Solo quando la squadra degli avversari del longea accerta il lento spegnimento della sua voce e, di conseguenza, della sua vita, tutti applaudono contenti e felici, si congratulano, coscienti di aver salvato una vita al villaggio, una persona di cui nessuno, neanche il più grande degli stregoni del villaggio, scoprirà mai l’identità. Un bel motivo per dare il via a una festa improvvisata, urla e grida di gioia ovunque, un po’ come quelle che si sentono quando nel villaggio arriva la notizia di un bravo cacciatore che uccide un coccodrillo, animale temutissimo in tutto il territorio e la cui carne è apprezzata da tutti. Ma, come dicono i saggi di Boende: “All’uccisione di un coccodrillo, tutto il villaggio urla, grida, beve e festeggia”. Quando è invece il coccodrillo ad uccidere un umano, tutto il villaggio è triste, piange e accusa l’animale, definendolo: “uno spirito cattivo inviato per nuocere alla comunità”.
L’uomo è una creatura orrendamente presuntuosa che crede di primeggiare su tutte le altre, concedendosi il diritto di decidere cosa è giusto fare su tutto ciò che lo circonda, dalla vegetazione a tutti gli altri organismi viventi. Una pretesa fastidiosa e inaccettabile. Mia madre si congratulò con me, apprezzando la mia capacità di ricordare storie come questa, che mi aveva raccontato una trentina di anni prima.
Come per il percorso del longea, ciascuna vita terrestre possiede il suo itinerario, un punto di partenza, le tappe intermedie, nell’inevitabile ed assoluto rispetto di un programma prestabilito, tracciato da un’entità sovrannaturale, umanamente impercettibile, generatrice e responsabile di ogni cosa, ogni avvenimento, e una fine. Così, per ogni partenza, c’è un arrivo; per ogni nascita, una morte. Ogni cosa, ogni creatura sulla terra segue una via ben definita, il suo itinerario di vita. Solo che, talmente presi dai contorni superflui delle rispettive realtà esistenziali, gli umani sono confusi e non sanno più distinguere il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato.
Nelle loro corse quotidiane verso obiettivi, spesso di effimera importanza, non c’è né spazio né tempo da dedicare alla stesura di un bilancio del tempo vissuto sulla terra: rivedere, ciascuno, il proprio percorso esistenziale, analizzarlo ed eventualmente, correggerne i punti accidentati.
Invece è assolutamente necessario fermarsi ogni tanto, fare il bilancio del tempo, e delle proprie azioni qui, sotto il sole. L’incredibile immensità del cielo sopra di noi non spaventa e non sorprende più.
Con l’abitudine, essere sovrastati da un tetto così vasto e illimitato è diventato una normalità. L’uomo, essere infinitamente vanaglorioso, crede di controllare ogni cosa, dalla terra sotto i suoi piedi alle nuvole sopra la sua testa, il mare, la foresta. Invece, proprio perché il cielo è così vasto e misterioso, ogni tanto, noi, durante le nostre pazze corse quotidiane, dovremmo fermarci e, con il naso all’insù, lo sguardo dritto e fermo sul firmamento, osservarlo, ammirarlo, riflettere, pensare a ciò che facciamo, che non facciamo e ciò che dovremmo fare.
È un’operazione importante, che permette la presa di coscienza del nostro essere così infinitamente piccoli e limitati, vanitosi ed illusi; tutto quello che abbiamo realizzato qui giù genera in noi la presunzione di essere tanto intelligenti, potenti, evoluti, migliori di qualsiasi altra creatura sulla terra.
L’essere umano, grazie ai conseguimenti ed agli apporti della sua conclamata evoluzione, ha perso il senso della misura, e dei veri valori della vita, sta vertiginosamente perdendo la fede. E, vivere senza un credo, qualsiasi esso sia, non è un bene, per l’umanità. Non importa a cosa crediamo. Importa il fatto di credere.
La fede in una qualunque forza valutata superiore è fonte di disciplina e di precetti, condizioni che regolano la vita ed i rapporti interumani, ma anche quelli tra l’uomo e tutte le altre creature viventi, vegetali ed animali. È importante, poiché ognuno di noi difende vigorosamente l’oggetto della propria fede, spesso sono entità invisibili, sconosciute, mai viste e mai incontrate: che nessuno critichi o denigri le credenze e convinzioni altrui.
Per il bene dell’umanità, noi dovremmo, ciascuno, coltivare e curare la propria fede, vivendo nel rispetto delle regole prestabilite da questa ma lasciando spazio e libertà agli altri nella pratica del loro credo.
È un’operazione che aiuterebbe a mantenere il giusto equilibrio tra le diverse forme di vita, di specie e di mondi.
Purtroppo, nel mondo non funziona così, non tutti gli umani credono in qualcosa. Molti tra noi, giustamente o ingiustamente, non credono in niente. Comunque, non devo certo stabilire, io, le regole della vita. Non spetta a me il compito di indicare il giusto e l’ingiusto, il bene e il male. La mia operazione vuole essere solo un tentativo di capire la provenienza dell’uomo, e la sua meta; che cosa ha fatto, che cosa fa e che cosa farà, della sua condizione esistenziale, e di ciò che lo circonda.

24/03/2017

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