Migrazione e Integrazione

La migrazione si basa sullo spostamento di persone e animali spinti dal desiderio o dal bisogno di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Rari sono i casi in cui, per puro piacere, l’uomo decide di lasciare il proprio habitat per spostarsi altrove. Anche nel mondo animale, una mandria di gnu, ad esempio, ingaggia marce talvolta lunghissime, ovviamente non per un desiderio di divertimento, ma per il fondamentale bisogno di nutrimento.

A seconda delle situazioni ed esigenze, la migrazione può essere un fatto isolato o di gruppo, di cui non c’è mai garanzia di riuscita. Un uomo da solo che, per decisione o costrizione, si allontani dal proprio territorio, affronta un processo esistenziale incerto e difficile. La situazione è ancora più complicata quando, oltre a sé, il migrante deve spostare anche un certo numero di persone, moglie, figli, magari anche altre figure del suo cerchio famigliare. Cambiare area geografica significa anche dover modificare molti aspetti della propria vita, condizione obbligatoria per l’adattamento al nuovo mondo. E la capacità di adattamento è un fatto relativo, strettamente legato all’individuo. Chi guida un gruppo di persone nell’avventura migratoria deve, per un buon inserimento nel nuovo contesto, doppiamente fronteggiare le difficoltà di tale operazione, le sue e quelle del gruppo. Tuttavia, le cose non sono facili neanche per chi emigra da solo, vive e magari crea famiglia lì dove si stabilisce. Quando una persona o un gruppo si sposta in una determinata area geografica, è necessario che si sforzi per un’integrazione più o meno completa, sfidando tutti, soprattutto se stesso, le sue abitudini, i propri usi e costumi che lo seguono ovunque. Questo favorisce la comprensione del nuovo contesto socio-ambientale, il vero motore di una coabitazione serena ed accettabile. Purtroppo però, l’educazione e le abitudini sono un “fatto testardo”, difficilmente modificabile, soprattutto per le persone che abbiano superato una certa età. Un uomo adulto, infatti, fatica ad apprendere nuove regole, nuovi costumi ed abitudini, aggrappandosi a tutto ciò che la terra delle sue origini gli ha trasmesso e che gli dà sicurezza. La lingua, le usanze e tradizioni del nuovo mondo sono una vera complicanza esistenziale, fatti che richiedono maggiori sforzi per il loro apprendimento. Questa difficoltà può essere gestita con maggiore efficacia per una persona sola, ma, per una famiglia numerosa, dover cambiare abitudini, educazione, usanze, può rivelarsi una manovra davvero difficile e azzardata. Il rischio di alterare gli equilibri esistenti, di incomprensioni, divisioni, liti e molte altre situazioni sgradevoli all’interno del gruppo è enorme: bambini che non danno più ascolto ai genitori, non seguono i loro consigli ed insegnamenti, quelli che erano soliti ascoltare e rispettare quando erano ancora in patria. La situazione può anche complicarsi ulteriormente, degenerando fino a causare fatti talvolta tragici, quelli raccontati dalle pagine nere della cronaca dei telegiornali. La delusione della disubbidienza del figlio è una sofferenza, per alcuni, insormontabile, motivo di rabbia e reazioni anche estreme, assolutamente condannabili. Sono l’esempio di alcuni fatti di cronaca italiana degli ultimi anni. Ma, fortunatamente, al verificarsi di questi generi di difficoltà nelle famiglie emigrate, non tutti reagiscono in modo brutale e tragico. Alcuni genitori prendono decisioni serene e efficaci per il raggiungimento dell’obbiettivo: riportare il figlio ribelle al rispetto dei loro insegnamenti e desideri, la loro educazione, anche se, per quanto sappia, non esistono strumenti di misurazione dell’efficacia di un modello di educazione piuttosto che di un altro. È quindi insensato ostinarsi ad impedire ai figli un modello di pensiero che più li attrae, solamente perché, diverso da quello proprio che si desidera trasmettere loro a tutti i costi.

 Dal libro DESTINI I
13/04/2017

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