S.P.V (Scelti Per Voi)

ITINERARI (Lettura musicale parte2)

ITINERARI (Lettura musicale parte1)

Superstizioni: Gli albini, detentori di poteri magici?

DESTINI: Figli d'immigranti

...

   "Quando Thierry, partito dal villaggio dopo 2 settimane di permanenza, arrivò a Bukavu in visita alla mia famiglia, ci raccontò molte storie, alcune delle quali conoscevo perfettamente per aver vissuto parte della mia infanzia in villaggio. A 24 anni, egli non era mai stato in Africa, continente misterioso che fino a quel momento aveva visto solo nei libri e nella televisione. Il padre ne stimolò la curiosità alimentandone il desiderio, raccontando tante storie e regalandogli tanti oggetti portati dal Congo. Stregato dalla bellezza di ciò che sentiva e vedeva, raggiunta l’età adulta, Thierry decise di recarsi a Boteka, da solo, senza nessuno che lo accompagnasse in tale avventura. Uno straordinario viaggio che aveva meravigliosamente cambiato la sua vita, la sua mente, il suo modo di concepire il mondo, le persone, i luoghi. Non fu certo facile. D'altronde, come poteva esserlo per un giovane uomo, nato e cresciuto a Bruxelles, e che dell’Africa, del Congo e di Boteka aveva solamente sentito stralci di parole? Poi, indipendentemente dalla bellezza di questi posti, dall’ospitalità e dalla generosità dei loro abitanti, le condizioni di viaggio e di vita lì, per una persona che è sempre vissuta in una grande capitale occidentale, non possono essere facili. Thierry era informato su tutto. Sapeva che a Boteka non avrebbe trovato la corrente elettrica, così come l’acqua del rubinetto, il farmacista o il panettiere del quartiere. Gli fu detto anche che i gabinetti sono fuori, dietro la concessione alle porte della foresta e che, anche la notte, è lì che tutti si recano per soddisfare i bisogni fisiologici. Per complicargli maggiormente la vita, gli raccontarono una storia ben nota in Congo, una superstizione del nostro paese e dei nostri villaggi: si dice infatti che, in una famiglia con almeno un componente albino, sia strettamente raccomandato di svegliare quest’ultimo la notte, prima di uscire per recarsi al gabinetto. Trasgredire a questa regola può rivelarsi un grande errore; il malcapitato rischia d’incontrare la copia del parente albino fuori mentre vigila sulla famiglia. Esageratamente superstiziosi, i congolesi attribuiscono alle persone albine una serie di poteri magici, molti dei quali sarebbero favorevoli alla stessa famiglia. Ma, perché questo sia valido, è d’obbligo il massimo rispetto di alcune regole, pena una serie di disgrazie in famiglia. Incontrare la copia del parente albino fuori dalla casa, la notte, è un fatto molto pericoloso, capace, addirittura, di compromettere la vita del familiare imprudente. Lo sanno tutti, anche quelli che non hanno parenti albini. E nessuno oserebbe mai trasgredire"  ...

Il fluire della vita

                                      Il fluire della vita

Fermo qui,

osservo la strada e il suo flusso,

la vita e i suoi passanti: uomini,

animali,

oggetti in movimento.

Tutti attratti da qualcosa che non afferro,

una forza che mi sfugge.

Un mistero.

È un’energia,

reale ma,

impalpabile,

impetuosa e travolgente.

Tutti questi viandanti sono diretti,

ciascuno, 

verso un obiettivo,

la propria meta.

E il loro fine mi è ignoto.

M’incuriosisce.

Mi stuzzica.

Non mi da pace.

Mi fa riflettere.

Mi fa pensare …

E poi,

improvvisamente,

sorge in me una domanda, 

un quesito del tutto inaspettato,

spontaneo,

obbligato.

Ma,

dove vanno,

tutte queste creature?

Cos’è che le chiama?

Cosa le attrae?

Voglio saperlo.

Ed è così,

da sempre,

per sempre.

Questa ossessione per qualcuno è inspiegabile.

Ma io non posso,

non voglio non sapere.

Desidero conoscere il motivo di tanta agitazione,

di tanta frenesia.

Guardo da un lato,

poi da quello opposto.

I loro movimenti mi confondono le idee. 

Sembrano scambiarsi gli obiettivi in un turbine di energia.

Alcuni vanno.

Altri vengono.

Qualcuno sembra andare al mare.

Altri ne tornano.

C’è chi,

appena nato,

esce dall’ospedale,

coccolato dalla gioia dei parenti,

meravigliosamente euforici.

Altri invece,

disgraziati,

ne escono ben posizionati nelle bare.

Attorno a loro un silenzio tombale.

Volti tristi e disperati.

Per loro quei sarcofaghi saranno l’ultima dimora.

I parenti e gli amici sono tristi.

Qualcuno dietro là,

in fondo alla fila,

piange disperatamente.

Poi mi rigiro.

Vedo altri movimenti.

Alcuni mi divertono.

Altri mi commuovono.

Piango l’umanità.

Piango la mia inabilità d’intervenire.

Piango l’impossibilità di urlare,

gridare e salvare,

strillare e correggere.

Urlare per partecipare,

contribuire,

associarmi alla gioia,

alla felicità,

alla festa scatenata da un nuovo arrivo al mondo.

E così,

dalla mattina alla sera quando,

stanco,

decido di abbandonare il posto,

per tornare nel mio regno dei sogni.

A casa mia dove e,

nel totale silenzio,

ricomincio a pensare.

Ripenso alla mia giornata,

alle auto che mi hanno stordito.

Penso ai cani e ai gatti che girovagavano,

diretti chissà verso quale meta.

Penso alle mosche,

agli uccelli,

alle formiche e alle zanzare che mi hanno punto,

per poi andarsene con una pancia bella tonda,

completamente piena dal sangue del mio sangue,

orientate verso altre mete.

Vorrei sapere dove vanno a finire.

Vorrei sapere la fine che fa il mio sangue scroccato,

spassionatamente succhiato.

Penso a tutti i volti che ho incrociato sulla mia strada.

Penso a tutti i movimenti,

all’infinito sul quale il mio sguardo si perdeva,

ogniqualvolta che scompariva l’oggetto osservato.

Penso al percorso di ognuno di noi,

e non mi do pace.

Questi itinerari che,

ogni tanto,

s’incrociano.

Questi destini che s’intrecciano,

per poi sciogliersi. 

Ma quale sarà il motore di questo groviglio esistenziale? 

E non sapere dove andavano tutti quei passanti che ho osservato oggi,

una vera tortura alla mia povera anima.

Tuttavia,

la mia curiosità rimarrà illibata,

insoddisfatta,

in questa vita,

e nelle prossime,

se ci saranno.

Ma,

pensarci ora,

tormentare la mia povera anima,

che importanza ha?

La vita è troppo breve; 

non conviene sprecarla nella ricerca di domande impossibili.

Lasciamola fluire così,

come onde serene sulla superficie del fiume Congo.

S.S.U Selvaggia Sacra Umanità

ITINERARI

S.S.U. 

Selvaggia Sacra Umanità


Torturare, tagliare, bruciare, violentare, seviziare …

Con strumenti affilatissimi,

coltelli e taglierini vari,

micidiali,

rimuovere i genitali di loro simili,

ancora vivi e coscienti.

Buttare povere vittime innocenti in acqua,

accompagnandone la caduta con colpi di kalashnikov.

Uccidere con inauditi piacere e crudeltà.

Tali barbarie,

atti inqualificabili, 

si divertono nel compierli certe persone,

uomini e donne,

crudeli,

insensibili,

feroci,

assatanati,

tremendamente infami e bestiali.

ESSERI UMANI,

così si definiscono anche loro,

che scelgono di trucidare i loro simili,

spesso vittime innocenti,

trattandoli come fossero creature di altra specie,

invasori pericolosi e minacciosi,

catapultati da un pianeta lontano,

giunti fin qui per sfidare l’umanità,

la Sacrissima Umanità!

Tali esseri non grati,

è quindi doveroso fronteggiarli con la massima

spietatezza,

combatterli,

all’occorrenza,

eliminarli,

a tutti i costi.

Seviziarli in modo bestiale,

una violenza ed una crudeltà all’estremo.

Durante i conflitti armati degli ultimi anni in Congo,

gli assassini, 

carnefici delle popolazioni civili congolesi disarmate e indifese, 

si sono distinti con metodi e modi di freddare particolarmente impietosi.

La loro insensibilità colpisce profondamente,

una disumanità sorprendente,

spaventosa, inquietante.

Sono così feroci quegli assassini figli del diavolo che,

ogni volta capiti di vedere le scene delle loro mattanze,

è impossibile non porsi una domanda spontanea: questi barbari,

come definirli? Esseri umani?

O satana in carne ed ossa?

Con un chiaro obiettivo,

quello di terrorizzare le vittime,

tali malvagi spietatissimi,

assassini delle popolazioni congolesi,

si lanciano in operazioni di uccisione di massa,

eliminando ferocemente ogni malcapitato,

bruciando e saccheggiando interi villaggi.

Distruggendo la natura al loro passaggio,

si appropriano di interi territori,

strappati ai loro legittimi occupanti cacciati via o,

semplicemente brutalmente sterminati.

È la triste sorte dei figli del Kongo,

un incubo cominciato dagli inizi degli anni novanta

con il genocidio del Ruanda,

e che non finisce più,

protratto da menti diaboliche, 

disumanamente attratte dalle ricchezze del bel paese centrafricano.

Ma un giorno arriverà,

una mattina,

un pomeriggio,

una notte in cui,

seguendo e rispettando il corso della propria storia,

i figli del Kongo chiederanno giustizia per i loro defunti,

gli innumerevoli trucidati,

uomini,

donne,

anziani e bambini,

ammazzati,

stuprati dai vari nemici,

interni ed esterni,

bestie senza cuore e senza sentimento,

assassini che agiscono impuniti,

protetti dai loro mandanti i quali traggono beneficio

da tali oscenità,

atti ignobili e selvaggi che,

tristemente e contrariamente all’orribile sorte dei

congolesi,

generano ricchezza e benessere a chi li compie,

e ai suoi complici,

ugualmente umani,

stessa essenza, 

stessa materia delle vittime spietatamente trucidate,

                                               massacrate e cancellate dal mondo.

Come si fa a ficcare un coltello nell’organo sessuale di

una donna e,

senza pietà,

sventrarle l’addome?

Chi compie un simile atto di barbarie, 

come fa a ideare e non proiettare il dolore delle sue azioni su se stesso e,

con un poco di senso umano,

immaginare le sensazioni dell’attimo infernale?

Giorno dopo giorno mi chiedo:

perché uccidere milioni di persone e sfruttarne la terra?

Perché,

invece di trattare,

scegliere di versare il sangue di molti innocenti?

Questi esseri,

chiamati umani,

chi sono? Mi domando.

A che specie appartengono?

Quella dei buoni?

Quella dei cattivi?

Da dove provengono?

Qual è il loro percorso esistenziale?

Dove sono diretti?

Dove va,

la Sacrissima umanità?

È così difficile preservare la vita agendo nella legalità e nella trasparenza?

Perché morire a causa delle proprie risorse naturali?

Questa umanità,

civile ed evoluta,

intelligente ed altruista, 

se veramente vuole dare senso alla sua stessa definizione,

deve rivedere molti aspetti delle sue azioni,

i suoi comportamenti,

i suoi errori e orrori.

È ora di smettere di trucidare o tentare di estinguere i propri simili, 

con l’obiettivo di sfruttarne gratuitamente la terra benedetta.

È davvero tempo che l’uomo dimostri di essere

UMANO,

di meritarsi il senso di tale sostantivo.

È tempo che i congolesi non soffrano più per le ricchezze del loro suolo.

"ITINERARI"

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PARADOSSO

Che PARADOSSO: "Nascere in un paese straricco e, invece, patire la fame più disperata … doverlo lasciare a malincuore, stremato dalla guerra, le sofferenze e i problemi vari, volutamente creati da menti diaboliche provenienti da ogni angolo del pianeta, attratte dalle sue immense risorse naturali". Questa, la nostra realtà, noi, figli del Kongo, costretti a vagabondare nel mondo, mentre molti altri nostri fratelli rimasti in patria subiscono violenze e crudeltà inqualificabili.


"Da quando arrivai in Italia, a Milano nel corso dell’anno 1997, ho visto e vissuto molti casi di persone provenienti dall’Africa, dal Sudamerica e da altri continenti, tutte con un solo desiderio: migliorare le proprie condizioni di vita. Gli africani giungono qui, spesso fuggendo da terribili situazioni di fame e di guerra. L’Africa, un continente enorme, bello e ricco, ma dal quale i figli scappano avventurandosi in situazioni rischiose ed incerte, generando un fenomeno, quello dell’immigrazione, generalmente non gradito, soprattutto in questi ultimi anni di storia dell’umanità. Prima richiesta e disperatamente voluta dai paesi ricchi, oggi l’immigrazione è un male da combattere con tutti i mezzi e in qualsiasi maniera, un fatto talvolta considerato motivo di impoverimento e distruzione della cultura dei paesi ospitanti. Voglio dare ragione parziale a chi pensa in questi termini, considerando che le sue motivazioni non siano prive di fondamento. Ma, dall’altra parte, voglio anche sottolineare che, finché fame e guerre continueranno ad insediare il pianeta, la migrazione di disperati in cerca di sopravvivenza nelle zone più serene e prospere del mondo non finirà. Si può fare tutto ciò che si vuole per combattere il fenomeno migratorio, ma la disperazione e l’istinto di sopravvivenza sono forze energicamente tanto potenti da non indietreggiare di fronte a nessun ostacolo. Un uomo disperato, in fuga cosciente dalle proprie condizioni di vita, difficili e sconcertanti, non teme di affrontarne altre, altrettanto difficoltose, nella speranza della salvezza.
Credo che lo sforzo nel tentativo di risolvere i problemi del terzo mondo debba essere diverso da quello finora proposto. L’ONU, la FAO, i politici e tutte le organizzazioni che hanno la missione della pace e della lotta alla povertà nel mondo, dovrebbero considerare la questione da un altro punto di vista. Per porre fine a fenomeni tali “les banlieues parisiennes”, Rosarno, la selvaggia espulsione di un senegalese all’aeroporto di Madrid o altre immagini come quelle della morte d’immigrati nel Sahara, probabilmente espulsi dal mare di qualche territorio europeo e, successivamente cacciati da quello di Gheddafi, i potenti di questo mondo dovrebbero modificare molti aspetti dei loro rapporti con i paesi “poveri”, generatori di flussi migratori, intervenendo concretamente nella politica e nella gestione di tali Stati: non esiste soluzione efficace al fenomeno migratorio se non aiutando questi paesi a rialzarsi e camminare autonomamente, ponendo fine al gioco degli interessi perversi dei singoli, delle grandi multinazionali e, soprattutto, delle grandi potenze a scapito dei destini di interi popoli e dell’umanità, a nome della quale tutti giurano di voler agire.
Sarebbe utile che i politici condividessero le idee di Enrico Mattei, il marchigiano dei primi del Novecento ribattezzato “corsaro del petrolio” per le sue spiccate qualità imprenditoriali nel settore, sostenendo, come lui, la necessità dell’esportazione del lavoro nel terzo mondo e nei paesi produttori del petrolio. Considerando le ricchezze del sottosuolo africano ambite dall’Occidente e dall’Oriente, per creare lavoro, basterebbe impiantare delle fabbriche in Africa per le lavorazioni, sul posto, dei vari prodotti. Purtroppo, invece, si preferisce recuperare il grezzo, spesso pagato a prezzi ridicoli o, in molti casi, ottenuto grazie ad azioni belliche come le guerre civili, con la complicità dei governanti, trasportarlo nei propri paesi, moderni ed altamente industrializzati e lavorarlo lì, generando occupazione e benessere. Nel frattempo gli africani vivacchiano, senza lavoro, senza diritti e letteralmente spogliati dalle ricchezze che dovrebbero e potrebbero dare loro un’esistenza diversa. Come risultato, milioni di persone emigrano sfuggendo dalle miserie e affrontando viaggi rischiosi e difficili verso l’incognito. E, arrivati nei paesi che li hanno derubati, vengono considerati anche “scomodi”.
DESTINI: FIGLI D'IMMIGRANTI

"Liberazione/ITINERARI"

I bambini e la fame in Africa

Lettura di Simone

Palazzo Roberti - Bassano Del Grappa - 08.2012
SIMONE legge un pezzo tratto da
"Dal Congo in Italia come in un sogno"
Musica di Souleymane DEMBELE

"...Parlando nello specifico del Congo, ritengo che una delle ragioni legate alla fame e alla miseria nelle grandi città, centri densamente popolati, siano le condizioni delle infrastrutture stradali: dalla loro costruzione all’epoca coloniale, non sono mai più state né rimodernate, né ampliate, né è stata fatta manutenzione; il loro stato di conservazione è mediocre e le città sono prive di collegamenti diretti con i villaggi; questo rende impossibile l’accesso ai tanti beni e prodotti della foresta, in decomposizione per mancanza di consumatori. Nella regione dell’Equatore ad esempio, verdura e frutta crescono naturalmente senza alcun bisogno dell’intervento dell’uomo, i pesci abbondano nei corsi d’acqua e migliaia di specie d’animali commestibili popolano le foreste. Purtroppo succede che, da un piccolo villaggio a circa 40 Km dal capoluogo di provincia, Mbandaka, occorrono circa tre settimane di viaggio a bordo di un camion. Le strade, quando esistono, sono pessime o impraticabili. Buona parte della merce non arriva a destinazione in condizioni tali da essere consumata..."

Lettura di Paolo Calgaro

Palazzo Roberti - Bassano Del Grappa - 08.2012
Paolo CALGARO legge un pezzo tratto da
"DESTYINI II - Abominazione"
Musica di Souleymane DEMBELE & Issiya LONGO

Lettura di Donatella NORBIATO

Lettura di Donatella Norbiato
Musica di Issiya Longo & Souleymane Dembele

Le roi blanc, le caoutchouc rouge, la mort noire

Il caoutchouc:

  Generato dal lattice raccolto dall’hevea, il caoutchouc viene successivamente trasformato in gomma, un grande business nell’industria del diciannovesimo secolo. Questo prodotto fu all’origine del massacro di indigeni delle foreste dell’Africa centrale durante l’epoca coloniale: si parla di milioni di morti congolesi, vittime della crudeltà del colonizzatore belga, pesantemente ingaggiato nello sfruttamento di questo territorio africano. Una triste storia dell’umanità passata nel dimenticatoio rispetto a tante altre catastrofi, opera dell’inesorabile mente umana, tanto geniale quanto diabolica. Fu proprio la storia del caoutchouc che determinò la decisione del Parlamento belga di costringere il re Leopold II, nel 1908, a cedere il Congo allo Stato belga. Fino a quel momento, questo territorio era la sua proprietà privata, il che gli conferiva il diritto di sfruttarlo a suo piacimento. Caso inizialmente trattato dal giornalista Joseph Conrad nel libro “Au Coeur des Ténèbres”, lo scandalo del caoutchouc fu ampliamente divulgato due decenni più tardi dal giornalista inglese, Edmond Dean Morel, che pubblicò tantissime foto di bambini amputati provenienti dalla giungla congolese. Si dice che il re belga, per assicurarsi dell’effettiva esecuzione della missione nella foresta, impartì ai suoi uomini l’ordine di tagliare una mano di ogni singolo abitante del villaggio che non avesse fornito giuste quantità del caoutchouc, consegnandola al responsabile della missione. Ogni mano di un abitante pigro amputata significava che l’operazione era stata eseguita alla perfezione. I nostri nonni, infatti, usavano pronunciare la seguente frase: “Le caoutchouc, c’est la mort”, “caoutchouc, uguale morte”. Esiste un film documentario, testimonianza delle reali dimensioni di questa tragica vicenda, orribili crimini sconosciuti da buona parte dell’odierna opinione pubblica. Il film è reperibile in rete con il titolo: “Le roi blanc, le caoutchouc rouge, la mort noire”. Dando uno sguardo all’attuale situazione del Congo, pullulante di conflitti e sporchi interessi, mi accorgo che questo paese ha un destino spaventosamente assurdo. Le sue enormi ricchezze sono la sua croce, paradossalmente, la condanna ad una moltitudine di brutalità, atrocità e disgrazie. Considerando poi l’estrema povertà della sua popolazione, ci si chiede a cosa servano tante ricchezze quando poi il popolo, l’unico vero proprietario di tale benedizione, non ne trae alcun beneficio; deve inoltre guardarsi bene da rivendicarne qualsiasi diritto.

"DESTINI: Figli d'immigranti"

Tratto da DESTINI II: "Il prestito di Dio"

DESTINI

IL PRESTITO DI DIO 

 Per i credenti, cristiani, islamici e di altre confessioni religiose, la fede in un’entità suprema implica la speranza in una vita dopo la morte, libera dalla sofferenza ed eterna, nella consapevolezza della fine della permanenza umana sulla terra. Credere nell’aldilà significa anche considerare temporanea la vita terrestre, difficile, complessa, comunque meno importante di quella eterna, proclamata da tutte le religioni e filosofie. Anche in alcune culture, come quella delle mie origini dove convivono più forme di credenze, dal cristianesimo all’animismo, l’islam, la vita oltre la morte ha un altissimo valore che nutre la speranza in migliori condizioni nel mondo a venire. Tuttavia, tra i credenti delle varie religioni, filosofie, confessioni e tradizioni, nessuno sa prevedere quando arriverà il temuto passaggio dall’attuale natura umana a quella che, paradossalmente, promette condizioni decisamente migliori. E l’incognita, comunque, spaventa. Intanto, è consapevolezza comune che niente è eterno. Iniziata un giorno, ogni forma di esistenza terrena è destinata a concludersi, presto o tardi. Questa condizione, dalla quale nessuno di noi si sottrae ci rende, uomini o donne, bianchi o neri, forti o deboli, belli o brutti, tutti simili, ugualmente vulnerabili, limitati; si evidenzia l’esistenza di una forza dalla quale non prescinde nessuno, un’entità che genera la vita e che, ad un certo momento, decide di richiamarla a sé. È questo “il prestito di Dio”...

... Nello stesso ordine delle vanità umane, come non rilevare quella prepotenza, la brutalità e la crudeltà perpetrate sulle popolazioni civili, maltrattate, picchiate a sangue, violentate e trucidate dalle mani armate di molti incoscienti durante i vari conflitti civili in Africa e nel mondo? Da ogni parte del nostro pianeta, tante storie, tanti racconti ed esempi di crudeltà fra gli uomini screditano l’umanità, mettendo in discussione il concetto stesso dell’evoluzione della nostra specie. Nella mia vita, avrei preferito dimenticare certi momenti del passato. Purtroppo, malgrado gli sforzi, capita che la mente mi ricordi luoghi, situazioni, attimi e circostanze davvero crudeli. Certi episodi, certe immagini delle guerre civili sono una vera tortura per l’anima; e le azioni di persone sadiche che godono del maltrattamento, della tortura degli altri, fanno sorgere un vorticoso gorgo d’angoscia nella mia mente. Mi chiedo come ci si possa sentire mentre si è impegnati in operazioni di tortura e uccisione dei propri simili, uomini, donne e anziani, deboli e indifesi. Chi si diverte a togliere il soffio della vita agli altri, mi chiedo, come si sente? Felice? Gratificato? Invincibile? Potente? Eterno? Alcuni esultano nel vedere soccombere le vittime delle loro azioni terroristiche. Altri invece, nel momento in cui portano a segno le operazioni di vendetta, si felicitano e festeggiano. “Giustizia è stata fatta. Abbiamo ucciso il responsabile del terrore vissuto dai nostri, i loro pianti le loro disperazioni quando, sul nostro suolo, furono trucidate migliaia di vite innocenti”. Quando, mi chiedo, concluse le loro operazioni o molto tempo dopo, i vari terroristi e presunti eroi si ritrovano da soli nell’intimità, magari nel loro letto o semplicemente seduti sul wc, cosa pensano?

“Ecco, ora sì che mi sento bene per aver massacrato quello là”.

“Che bello, ho eliminato il mio nemico. L’ho cancellato, per sempre”.

Uccidere i propri simili, bruciare, tagliare, ferire, violentare. Come se l’attore di simili azioni avesse, a differenza delle sue vittime, il diritto di farlo e la garanzia di poter vivere in eterno e sempre preservato dalla violenza e dalla malvagità di altri cattivi, simili a lui. Arrogarsi il diritto di vita e di morte li fa sentire onnipotenti. Nel momento in cui un criminale si avvia sulla strada del delitto, eccitato e determinato, è impaziente di portare a segno il colpo premeditato. E la sua vittima, ignara dei programmi malvagi dell’assassino, vive gli ultimi istanti della propria esistenza, una vita che un suo simile umano ha il potere e il volere di troncare con prepotenza e crudeltà, cancellare come si fa con un disegno non gradito. Uccidere l’altro è un fatto molto eccitante e gratificante per alcune persone, uomini e donne che trovano soddisfazione nel veder altri soccombere alla violenza delle loro azioni. Anche questa è una condizione umana, terribile vizio e perversione, tristissima realtà che fa dell’uomo, se non la peggiore, allora una delle peggiori creature divine, crudele, ipocrita, falsa, malvagia, abominevole.

In questi ultimi vent’anni, milioni di congolesi sono stati massacrati, trucidati da un nemico spietato, interno ed esterno, uomini senza cuore attratti dalle ricchezze del suolo e sottosuolo congolese; l’eccitazione del sangue li ha macchiati anche di crimini non strettamente legati al denaro: milioni di donne e bambine sono state stuprate con una violenza inaudita. Tantissimi crimini sono stati voluti e, di conseguenza, taciuti dai loro vari promotori, nonché beneficiari illegittimi delle ricchezze del bel paese africano: “Se un morto israeliano vale molti morti palestinesi, quanti cadaveri congolesi per un sudario di Gaza?”. Perché non si parla adeguatamente dei milioni di uomini, donne e bambini barbaramente assassinati in pieno cuore d’Africa? Di fronte alle morti congolesi, il mondo si comporta esattamente come la maggioranza degli autisti sulla strada, vergognosamente apatici davanti alla carcassa di un qualunque animale tamponato, travolto, ammazzato da un altro chauffeur alla guida di un veicolo; un corpicino, spesso un gattino, che tristemente giace sul bitume rovente d’estate e freddo d’inverno, ripassato senza pietà sotto migliaia e migliaia di pneumatici riscaldati dai giri dei motori finché, consumato, svanisce nel nulla.

Godendo di posizioni di privilegio nel mondo, i vari criminali e istigatori della fame, della miseria e della morte nei paesi ingiustamente chiamati poveri si credono diversi, fortunati e intoccabili. Loro non si coricano la sera inquieti di come sarà il sonno e di come si sveglieranno la mattina; loro non hanno preoccupazioni economiche in quanto i vari conti bancari sono pieni di denaro, illecite ricchezze ricavate dal sangue di poveri disgraziati qua e là nel mondo; loro si sentono e credono potenti. Sono solo dei semplici illusi che, come me, come te, caro lettore, come tutte quelle vittime delle loro menti malate, un bel giorno finiranno a marcire in qualche buco scavato nella terra, puzzeranno ed evaporeranno, spariranno nel nulla trascinando con loro una pesantissima coscienza, i segreti di tanti disastri provocati o sostenuti con il solo obiettivo di fare illeciti interessi, propri e dei loro complici. Le morti in Congo superano di gran lunga quelle in Iraq e Afganistan. Stranamente, del bel paese africano parlano solo in pochi. Infatti, nel mondo, non sono molti a sapere dei disastri in questo paese, milioni di morti causate anche, e soprattutto, dalla straordinaria ricchezza del suo suolo. L’ultima scoperta è il coltan, materiale che serve alla fabbricazione delle batterie che alimentano i telefoni portatili e vari altri apparecchi elettronici, prodotto all’origine di terribili uccisioni nella regione del Kivu. Lo stato congolese è il maggior produttore mondiale di coltan. Tante sono le risorse del Congo, tante sono e saranno, per sempre, le menti criminali che vorranno sfruttare e destabilizzare la meravigliosa terra del centro dell’Africa, a qualsiasi prezzo. Ma per quanto ricche e benestanti potranno essere, sottraendo violentemente le risorse ad altri, nessuna di tutte queste orribili creature vivrà in eterno. Come me, come voi, anche loro conosceranno la fine, soccomberanno e saranno portate via, sicuramente condotte verso l’inferno eterno.

LIBERAZIONE

In questo preciso istante, il Kongo sta rischiando di perdere una delle sue regioni più ricche, IL KIVU, dove milioni e milioni di persone hanno perso la vita da una ventina di anni a questa parte.. Purtroppo, anche le nostre più pacifiche azioni sono sempre state duramente contrastate, dentro e fuori dal paese. Ma, una cosa è certa: POTRANNO ANCHE PRENDERSI IL KIVU OGGI, ma chi si prenderà il KIVU dovrà prepararsi alla rabbia e la vendetta dei congolesi, domani! Nessun congolese accetterebbe di vivere sotto il dominio, né dei rwandesi, né tantomeno degli ugandesi.. e ITINERARI arriva, tra poco!

A mio figlio Amani

A mio figlio Amani.

Dono inaspettato,
sei come un sole fulmineo,
vivo e rigenerante,
goccia di vita alla conclusione di una giornata cupa,

tediata da ripetute titubanze temporali.
Immensa fonte di gioia e felicità,
incarni quel bagliore improvvisamente comparso per colmare il mio cuore,
e rifinire ciò che,
con i tuoi fratelli,
era meravigliosamente iniziato.
La tua nascita, ... ITINERARI

Lettura musicale (parte finale)

Palazzo Roberti - Bassano Del Grappa - 22.08.2012

Lettura musicale

Serata organizzata mercoledì 22.08.2012 presso la libreria Palazzo Roberti

Bassano Del Grappa.

Presentazione 

"ISSIYA LONGO, narratore per passione, di origine congolese in Italia dal 1997, lavora e vive nel bassanese con la moglie italiana e i  2 figli. Scrive in italiano e ha pubblicato tre testi. Un vero cittadino del mondo, innamorato della vita, osservatore oculato delle diverse realtà umane e sociali.

Con i suoi testi desidera contribuire all’evoluzione multiculturale e multietnica della nostra società.

Stasera parteciperemo ad una lettura musicale di alcuni brani dei suoi tre testi.

Le letture saranno gentilmente tenute da Donatella Norbiato, Paolo Calgaro e Simone…. Per accompagnare le letture avremo un sottofondo musicale improvvisato dall’autore alla chitarra e da un vero artista, Souleymane Dembele, ivoriano che suona il “Korà”, strumento africano simile all'arpa e il “Djembè”.

Il primo libro di Issiya Longo s’intitola “Dal Congo in Italia come in un sogno”, è un testo autobiografico ed alterna agli episodi della sua vita delle riflessioni sui luoghi comuni, i pregiudizi reciproci, le illusioni legate al mondo dell’immigrazione e all’interazione con la società attuale.

Il secondo libro, “Figli di immigrati”, primo volume di “Destini”, tratta delle difficoltà d’integrazione delle nuove generazioni, tra la cultura d’origine e quella del paese ospitante, in Africa come in Europa. L’autore alterna episodi di vita d’immigrati a riflessioni personali sul mondo, l’esistenza, l’umanità. Un testo anche didattico, adatto pure a quei lavoratori del sociale e dell’istruzione che interagiscono quotidianamente con questa realtà multifattoriale.

Il terzo libro, sempre appartenente a DESTINI, racconta due storie di vite diverse ispirate a fatti realmente accaduti in Africa ed Europa, “Abominazione “ e “Lufwa lwa Nkandi/La morte di Nkadi”.

“Il prestito di Dio" invece, è una riflessione sulla vita nell’ottica di un credente immigrato, appunto l’autore Issiya Longo."

Illusioni umane

Illusioni umane (Destini II: Il prestito di DiO)

Dio non regala nulla. Egli presta.

Anche se l’uomo si considera il più consapevole e intelligente di tutti gli esseri viventi, tuttavia non è senza difetti e limiti, nel pensiero, nella parola e nell’azione. Basti osservare quel suo atteggiamento, comprensibile ma comunque ingenuo, di considerarsi padrone della sua stessa vita; basti vedere l’ardore e l’avida passione nell’inseguire i piaceri e le futilità del mondo, per capire le ragioni della mia affermazione. In tutte le società e culture del mondo, infatti, si assiste al frenetico e pietoso spettacolo delle lotte alimentate dal desiderio di accumulare ricchezze materiali, anche al rischio della perdita dell’anima e dell’umanità. Il valore del bene materiale prevale su quello spirituale ed è all’origine di tanti drammi, di tristi e dolorosi avvenimenti. Se la frenesia, la passione e l’ardore applicate nelle corse per il guadagno materiale fossero impiegate per valori meno egoistici e più spirituali, il mondo sarebbe certamente migliore di quello che è; non avremmo assistito a tante scene che ci umiliano e che, ne sono convinto, sono l’oggetto delle derisioni, il divertimento e la parodia di altre specie, non umane ed invisibili, appartenenti ad altri mondi. Le ricchezze materiali e il denaro, vero re di questo mondo, colonizzatore indiscusso dell’umanità, pensato, progettato e fabbricato dall’uomo stesso, annientano i valori delle nostre collettività, portandoci alla perdita della misura, del limite, del buon senso. Inseguendo il dio denaro, abbandoniamo la strada della dignità e dell’onore.

Oggi, pur di accumulare soldi e ricchezze, l’uomo fa cose incredibili, si presta a crimini, ad azioni e spettacoli indegni e disonorevoli, orribili. La corsa per l’arricchimento occupa buona parte del tempo a noi concesso per vivere. Molte persone, per guadagnare sempre più soldi, si danno a pratiche immorali, disumane, sfruttando, maltrattando o uccidendo.

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Isaia, frutto di un matrimonio misto

Spesso, l’egoismo dei genitori, non sempre ben disposti a scendere a compromessi  durante i litigi in seno alla coppia, è causa di gravi conseguenze nella crescita dei figli. 

“Isaia, frutto di un matrimonio misto”, “DESTINI: Figli d’immigranti”.

Suo padre Mohamed, credente e molto conservatore, arrivò in Italia da un paese islamico. Era un musulmano convinto, praticante e rispettoso delle regole dell’islam. Tuttavia, ciò non gli impedì d’innamorarsi di Giulia, una giovane fanciulla italiana di fede cristiana, e di creare famiglia. Entrambi i coniugi erano consapevoli delle enormi difficoltà che avrebbero incontrato ma, incapaci di competere con la forza e la magia dell’amore, fecero la scelta di sposarsi, sfidando tutti, parenti ed amici di entrambe le parti, e l’intera comunità.

Dal giorno in cui si coniugarono con il rito musulmano secondo la volontà di Mohamed, i genitori di Isaia riuscirono a vivere in armonia, dimostrando grande comprensione, adattamento e intelligente gestione delle tante differenze culturali che li caratterizzavano. Il loro rapporto, diversamente da come lo avevano ipotizzato in molti, non era per nulla diverso da qualsiasi altro tipo di relazione sentimentale e matrimoniale. Come tutti, infatti, anche loro avevano conosciuto momenti di discussioni pacifiche e di contraddizioni, ma anche tanti altri in cui le loro idee si sposavano e conciliavano, integrandosi ottimamente e facendoli vivere in armonia. Una coppia come tante altre. Non si poteva certo negare che tra loro esistesse un vero e grande amore, anche se, purtroppo, spesso manifestato con una gelosia mal gestita, sostenuta da reazioni scomposte anche in pubblico. Fu questo l’unico vero motivo di preoccupazioni, soprattutto nella famiglia di origine di Giulia, angosciata ogni volta che Mohamed, sospettoso della moglie che accusava di tradimento, dimostrava una totale perdita di controllo, urlando e minacciando il presunto rivale. Ma, come lui, anche Giulia era un tipo esageratamente geloso ed incapace di trattenersi di fronte al minimo sospetto. Gelosia esagerata, unico e grande problema che i due sposi dovettero affrontare all’interno del loro matrimonio prima della nascita del figlio. Sì, dal momento in cui Giulia partorì Isaia, il loro unico figlio, alcune cose che guastavano il matrimonio cambiarono. Sia lei che il marito divennero più flessibili di fronte a situazioni scontrose, meno gelosi e più fiduciosi. Il figlio aveva smussato certi spigoli e unito la coppia.

Dall’altra parte, malgrado le forti pressioni esercitate su entrambi dalle rispettive comunità di appartenenza, Mohamed e Giulia non permisero mai a nessuno di separarli, proteggendo il loro amore e il nuovo nucleo familiare con grande coraggio e determinazione. Ma un giorno qualcosa andò storto, un episodio che fece risaltare le loro differenze, fino a quel momento, abilmente gestite. Si trattò di un fatto in rapporto con l’educazione del loro figlio. Fortemente resistenti a cedere per favorire un terreno d’incontro nel bene di Isaia, i due coniugi si allontanarono pericolosamente, perdendo la forte intesa che caratterizzava la coppia e fino a quel momento, tanto ammirata da tutti. Con il passare delle settimane, invece di migliorare, la situazione peggiorò a causa della testardaggine e dell’egoismo di entrambi i coniugi. Purtroppo, non si poté evitare il peggio e si arrivò ad un bruttissimo fatto di cronaca che tenne l’intero paese in grande ansia per settimane. Mohamed decise di compiere un atto sconcertante e vigliacco per un genitore: rapire il figlio e portarlo nel suo paese senza nulla dire alla moglie con l’intenzione di lasciarlo là sotto la custodia della madre, la nonna materna di Isaia, mai incontrata e conosciuta né dal nipote, né dalla nuora. Questo mandò la moglie su tutte le furie ed in uno stato psicologico decisamente preoccupante. In ogni modo, grazie a tanti sforzi e ad un grande lavoro di collaborazione tra i loro due Stati, Isaia fece ritorno dalla madre, e il padre ricevette l’ordine di non calpestare mai più il suolo italiano. In Italia, la prima causa di rapimento di bambini risiede proprio nella sottrazione da parte di uno dei due coniugi, in separazione o divorziati.

Sono storie che ogni tanto saltano fuori, vengono diffuse dai mass media e, inevitabilmente, influenzano il giudizio e lo sguardo degli autoctoni nei confronti delle coppie eterogenee. Infatti, con simili vicende molte persone, alla vista di una coppia mista si pongono innumerevoli interrogazioni circa il vero motivo che vede i due partners insieme. La prima cosa che si pensa sono gli interessi, quelli per la nazionalità tanto desiderata dallo straniero, le ricchezze o anche, e non di poca importanza, quelli sulla giovane età del partner straniero. Ragionamenti che irritano pesantemente la mia interiorità.

È successo che mi si chiedesse perché, dopo tutti questi anni che vivo in Italia e, avendo una compagna e dei figli italiani, non cerchi di diventare italiano anch’io. La mia risposta è sempre la stessa. Credo davvero di amare questo paese, di aver iniziato ad amarlo fin da piccolo, in Africa mentre, studiando la storia della Roma antica, imparai tante cose, tanti grandi nomi e tante storie in rapporto con questo territorio. E poi, considerando gli sviluppi della mia vita, le cose non potevano andare diversamente; non potevo, neanche volendo, evitare di sentirmi legato a questo Stato. Il destino mi ha portato in Italia, dandomi la possibilità di iniziare una seconda vita dopo i terribili momenti vissuti in Congo, il mio paese di nascita, e regalandomi dei figli, la garanzia della continuità del mio DNA nel mondo. Come potrei, con tutte queste meraviglie che mi ha permesso l’Italia, pensare e dichiarare di non amare questo paese? Dato che ogni persona possiede un destino prestabilito, anch’io, in quanto persona, ne possiedo uno. È quello che mi ha portato fin qui, salvandomi dalle atrocità di un’opprimente guerra civile e dalle incertezze di un futuro calpestato da una classe politica avida. Posso soltanto ringraziare questo paese, la mia seconda nazione, ed amarlo con i suoi valori e difetti. D’altronde, non esiste nulla di perfetto in tutto l’universo, non può esserlo quindi neanche l’Italia. Detto ciò, devo però affermare che non credo di voler cambiare nazionalità e diventare italiano. Mi sento talmente congolese che possedere un passaporto diverso mi farebbe sentire snaturato, strano, perso, non identificato. Malgrado tutto l’amore per l’Italia, il Congo è e rimane il mio paese di nascita, la mia terra d’origine e, per questo, non voglio ingannare me stesso cambiando la nazionalità. Non giudico chi invece fa il percorso contrario. Noi umani siamo fatti ognuno con il proprio modo d’essere, di pensare e di agire. Quando mi guardo allo specchio, mi sento talmente congolese che se qualunque altra nazionalità venisse impressa nel mio passaporto, ciò mi farebbe sentire diverso da me stesso. E poi, malgrado gli anni trascorsi in Italia, io mi identifico ancora in gesti e in abitudini tipici del mio paese: festa, casino, musica ad alto volume sempre ed ovunque, il saluto a tutti coloro che incrocio sulla mia strada, il mangiare con le mani (e quando vado in Africa mi comporto come lo facevo anni fa, lavandomi le mani nello stesso recipiente di tutti, gesto sicuramente poco igienico, ma molto significativo in quanto spiega il grande senso della condivisione. Sì, in famiglia tutto viene condiviso, dallo sporco delle mani che ognuno depone nell’acqua, al momento che vede tutti raggruppati, senza dimenticare il cibo stesso, consumato in piatti comuni dove, uno alla volta, tutti infilano la mano e mangiano in un clima allegro), andare in visita da un amico senza l’obbligo morale di avvisarlo, semplicemente con la speranza di trovarlo in casa, etc. Io mi riconosco in questi gesti, sbagliati o giusti che siano; ci sono nato e cresciuto, e credo che difficilmente potrei modificarmi o sentirmi a mio agio nel caso dovessi abbandonare tale identità.

Infine, pensando a tutti quei dibattiti sulla sincerità dei matrimoni misti, due cose mi vengono in mente. La prima, che sicuramente molte persone, autoctone e non, decidono di sposarsi solamente per interesse, di nazionalità o di qualunque altra natura. E questo non dipende dalle origini, diverse o comuni che siano, ma dalle persone. La seconda, che vi siano, anche in questi generi di matrimoni, casi di rapporti veri e sinceri, come per quegli altri che si definiscono “normali”, le unioni tra persone della stessa nazionalità. Quando lavoravo presso una ditta di Crespano, nelle vicinanze di Bassano del Grappa, avevo un collega immigrato come me di cui taccio le origini, il quale, dopo essere stato informato sulle origini italiane della mia compagna, un pomeriggio decise d’interpellarmi mentre eravamo in pausa dal lavoro. Ingaggiò allora il seguente scambio con me:

“Ho sentito dire che la tua moglie è italiana, è vero?”

“Sì, è vero. Vivo con un’italiana, la madre della mia bambina”.

“E allora come mai fai questo lavoro, costretto ad alzarti presto la mattina, alle quattro e mezza, come noi altri? La tua italiana è povera, vero?”

“Povera, non so se lo è, ma non è neanche ricca. Comunque non è per quel motivo che sono insieme a lei. Io la amo, lei ama me e abbiamo una bellissima bambina. Secondo te, dovrei proprio non stare insieme a loro?”

“Guarda, caro amico, che io non credo assolutamente all’amore nei matrimoni misti. Non penso che tra un’italiana ed un africano, da qualsiasi paese provenga, Nord o Sud del nostro continente, possa esserci un vero sentimento d’amore. Tutti quelli che si mettono insieme formando tali coppie, lo fanno solamente per interesse. Sono sicuro che questo lo sai anche tu. Se invece dichiari di amare la tua italiana, allora la verità la sai solo tu, e la tua coscienza”.

Discorsi che evocarono rabbia, mi fecero tanto male. Ne soffrii talmente che mi arrabbiai tantissimo, andando successivamente dal capo per chiedere di non lavorare mai più insieme a questo soggetto. Egli aveva offeso la mia intelligenza, coscienza e unione. Tale episodio, così anche i vari discorsi sulla sincerità dei matrimoni misti, rinforzano la mia convinzione di quanto, per unirsi, una coppia non debba necessariamente presentarsi davanti ad un sacerdote o un sindaco. Il fatto di sposarsi, in chiesa o in comune, non rappresenta l’unica dimostrazione dell’amore. Può certo significare molte garanzie, ad esempio quella che permette ai figli di avvalersi di certi diritti nel caso della separazione dei genitori, o in altre circostanze della vita. In ogni modo, io non trovo alcuna differenza tra due coppie, una delle quali ha celebrato il rito del matrimonio e l’altra no. Sono nato e cresciuto con due genitori mai sposati, seppur cattolici credenti e praticanti, ma che si amavano tanto pur nei difetti e nelle loro difficoltà di coppia. Sarà probabilmente anche questo fatto a fortificare le mie convinzioni.

Ripeto e confermo la probabilità che molte persone si sposino, non per amore, ma per interesse. Tuttavia, sarebbe meglio che si evitasse, in tutti i nostri giudizi e apprezzamenti, di fare, sempre, di tutta l’erba un fascio. Il mondo è così bello anche perché, diverso: diversità dell’essere, di pensiero, di comportamento, delle abitudini ed attitudini, dell’educazione e, soprattutto, della concezione della vita e del mondo. Comunque, sarebbe proprio brutto e noioso se fosse tutto uguale, tutti noi con gli stessi pensieri, obiettivi, caratteri, qualità e difetti!