Trasferirsi in Occidente, conviene a tutti gli africani?

(Destini: Figli d'Immigranti)
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Molti altri casi dell’immigrazione africana narrano storie di famiglie benestanti che mandano i figli nei paesi occidentali, per studio o per affari, mettendo a loro disposizione ingenti somme di denaro. Il sogno occidentale non lascia nessuno indifferente; tutti, ricchi e poveri, aspirano ad una vita in questa parte del mondo famosa per storia e ricchezze. Quando vivevo ancora in Congo conoscevo molte storie di ragazzi mandati in Europa, in Canada o negli Stati Uniti per motivi di studio, o semplicemente per pura scelta dei genitori. Ricordo in particolar modo le vicende di due sorelle di una potente famiglia di Bukavu, trasferitesi in Italia e negli Stati Uniti, la prima per studio e la seconda per un matrimonio combinato. Annie se ne andò negli USA la settimana successiva a quella delle nozze con Philip, connazionale e figlio di un grande amico di suo padre, da anni residente a New York. Jacqueline invece fu destinata all’Italia presso una famosa Università del Nord dove aveva scelto di studiare medicina. Prima delle partenze quasi simultanee, fu organizzato un grande banchetto dove sfilarono le più importanti famiglie della città. Molte di esse avevano operato le stesse scelte per i propri figli.

Eccitate per la nuova vita che si stava prospettando, le due sorelle festeggiarono per tutta la settimana, invitando a turno gli amici sparsi per la piccola cittadina di Bukavu. Arrivate al grande giorno, ciascuna prese l’aereo per la destinazione che la sorte le aveva tracciato. Situazioni, come questa, che generano invidia e gelosia all’interno della comunità, accentuando ulteriormente il sogno occidentale. In Congo, le follie dei ricchi, il loro stile di vita fatto di eccessi e di grandi realizzazioni, paragonate alla vita della maggioranza della popolazione, evidenziano l’esistenza nello stesso paese di due mondi diversi, opposti. Di fronte a certe scene opera di molti ostentatori che definirei incoscienti, è impossibile non provare invidia, sognare e sperare.
Tre anni dopo la partenza delle due sorelle, fummo sorpresi dalla notizia dei loro ritorni improvvisi e definitivi in Congo. Che cosa era successo? Come mai avevano deciso di tornare a vivere in patria, loro, così entusiaste, totalmente in estasi al momento della partenza? I loro rientri inattesi e simultanei furono oggetto di grande curiosità in tutta la città.
Annie si presentò a Bukavu con un figlio di un anno e mezzo. Sua sorella, Jacqueline, aveva iniziato gli studi universitari in Italia ma decise d’interromperli e tornare a casa. Dai racconti popolari si apprese che le due sorelle, figlie di un grande commerciante di Bukavu, abituate ad essere servite e riverite, faticarono parecchio in Occidente a condurre una vita senza domestici, servi ed aiutanti. Da sola con il marito, Annie fu incapace di gestire il figlio e, allo stesso tempo, badare alle faccende domestiche. Lì negli USA, contrariamente al Congo, non aveva la fila delle cugine trasferitesi a vivere dallo zio e dalla zia, i suoi genitori, non c’era nessuno a cui affidare il piccolo ed i mestieri di casa. In più, diffidente, rifiutava la proposta del marito di assumere una babysitter. La situazione divenne insopportabile quando, per motivi professionali, il marito si trasferì in un’altra città lontano da New York, lasciandola sola con il bambino. La giovane ed inesperta madre non resse questa lontananza e, alcuni mesi dopo, si ritrovò pericolosamente all’orlo di una forte depressione. Contattando la sorellina in Italia, scoprì che anche per lei le cose non andavano tanto bene. Infatti, oltre alla gravidanza iniziata due mesi prima di quella telefonata, Jacqueline stava vivendo una bruttissima situazione: era spesso picchiata dal fidanzato iraniano, violento e terribilmente geloso, possessivo. Un pomeriggio, la piccola Jackie temette di morire per le percosse procuratesi durante un litigio con il fidanzato scatenato. Quel giorno, di rientro dalle lezioni, trovò Jamal ubriaco ed arrabbiato, sospettoso di un suo tradimento. Per manifestare la sua grande rabbia e senza chiedere spiegazioni, le sferrò terribili colpi all’addome, il che le causò un’emorragia, mettendo a rischio la sua vita e quella del feto.
Quando Jackie ricevette la telefonata di Annie, fu meravigliata di scoprire che, come lei, anche la sorella stava progettando la fuga in Congo. In quell’occasione e senza rivelarlo a nessuno, neanche alla famiglia in Africa, le due sorelle programmarono il rientro in patria. Passarono solo poche settimane ed il progetto si realizzò con grande successo. A compiere l’atto per prima fu Annie, arrivata in Congo una settimana prima della sorella, scappando con il piccolo Jason che non poté nemmeno salutare il padre, completamente ignaro dell’accaduto. Appena arrivata, la giovane madre spiegò alla famiglia quanto difficile era stata la sua vita negli Stati Uniti dove, contrariamente al Congo, nessuno la conosceva, né s’interessava a lei, nessuno l’aiutava con il bambino e con le faccende domestiche. A Bukavu la loro famiglia era potente, famosa e servita. Decidendo di trasferirsi negli Stati Uniti d’America e in Italia, le due sorelle avevano pensato che i loro soldi potessero risolvere tutti i problemi, anche quelli più comuni come la gestione di un figlio o la vita in un piccolo appartamento in una bella città italiana. Purtroppo, scoprirono tutto il contrario. Per loro la permanenza in questi paesi, lontane dalla madre, dal padre, dai vari servi e da tutto l’aiuto della famiglia allargata, si rivelò un inferno, un calvario dal quale fuggirono a gambe levate. Tuttora i loro due figli crescono in Congo senza i padri, ne sentono solo parlare attraverso i racconti fugaci delle madri. Privi dell’importante figura paterna, a loro è negata la crescita in una famiglia normale, con un padre ed una madre.
Le storie di queste due sorelle sono l’esempio di un tentativo d’immigrazione fallito, sia per le vicissitudini della vita, sia per l’incapacità di adattamento. L’insuccesso, in questo caso, può essere spiegato con il fatto che le persone appartenenti alla categoria sociale di Annie e Jackie, appena si staccano dai privilegi, le ricchezze e la protezione della famiglia, faticano ad adattarsi a realtà diverse e, magari, difficili. Se dovessi paragonare due famiglie mediamente benestanti, una africana e l’altra europea, direi che la prima, grazie al modello di vita ed alle usanze delle società africane, offre maggiori vantaggi ai suoi componenti, permettendo tante cose invece impossibili in Occidente. Lo stile di vita occidentale dove tutti, ricchi e poveri, sono chiamati ad ingenti sacrifici quotidiani per una vita decente, necessita di maggiori sforzi. Qui, diversamente dall’Africa, i servizi gratuiti o a buon prezzo sono una vera rarità: la custodia dei bambini richiede spesso l’assunzione di una babysitter, l’assistenza degli anziani è garantita da una badante, spesso straniera, pagata quasi o uguale alla padrona, così anche molti altri servizi all’interno della famiglia. In Africa, invece, la ricchezza, la famiglia allargata, le ingiustizie a livello delle remunerazioni di chi presta il servizio domestico rendono tutto facile, permettendo ai benestanti una vita estremamente vantaggiosa. Tuttavia, più di ogni cosa, è la tradizione della famiglia allargata la vera forza delle società africane. Grazie a quest’ultima, in ogni famiglia il contributo di tutti i componenti è garantito nel momento di bisogno e per qualsiasi esigenza. Dalla zia, la nipote, lo zio, la nonna, il nonno, ad altri parenti che spesso abitano in una casa comune, tutti concorrono nell’accudire i bambini e la casa e per ogni genere di situazione. Ma questa tradizione è maggiormente sfruttata nelle famiglie benestanti, capaci di raggruppare e mantenere un grande numero di persone all’interno di una concessione. Tale concentrazione favorisce vari servizi soprattutto ai figli di papà, i quali fanno allora una vita da piccoli principi, trovandosi poi totalmente impreparati nel momento in cui si accingono ad uscire dal cerchio famigliare. È quello che è successo ad Annie e Jackie, le due sorelle di Bukavu.
Con tutto ciò direi che, per i ricchi africani, l’immigrazione occidentale può davvero non essere conveniente. A persone appartenenti al loro ceppo sociale, l’Europa e l’America possono limitarsi ai viaggi di divertimento, di scoperte, delle cure di qualità e di tutti quei servizi che l’Africa non può offrir loro. A questo punto il destino di nascere “figlio d’immigrato” si concentra sulla categoria dei disperati, persone che, non avendo nulla d’importante in patria, si aggrappano anche in condizioni estreme alla loro vita in occidente; un’esistenza, tutto sommato, economicamente migliore di quella del loro passato in patria.

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